domenica 17 maggio 2009

Schizofrenia:il viaggio verso l'interno

Schizofrenia: il viaggio verso l'interno
di Joseph Campbell
(tratto da Miti per vivere, ed. Oscar Mondadori)
Nella primavera del 1968 fui invitato a tenere una serie di conferenze sulla schizofrenia
all'Istituto Esalen di Big Sur, in California; l'anno precedente ero intervenuto parlando della
mitologia e sembrava che Michael Murphy, il giovane e geniale direttore di quella fondazione così
interessante, ritenesse possibile una certa connessione fra i due temi. Tuttavia, dal momento che io
non sapevo quasi niente sulla schizofrenia, come ricevetti il suo invito gli telefonai.
«Mike, non so niente sulla schizofrenia,» gli dissi. «Che ne dici se invece parlassi di Joyce?»
«Ma certo, benissimo» rispose. «Però mi piacerebbe lo stesso sentire qualcosa da te sulla
schizofrenia. Cerchiamo di combinare una specie di dibattito, a San Francisco, con lo psichiatra
John Perry: tu sulla mitologia e lui sulla schizofrenia. Ti va bene?»
Allora non conoscevo Perry, ma pensai: «Bene, perché no?» Inoltre avevo fiducia in Mike
Murphy ed ero certo che avesse in mente qualcosa di molto interessante. Qualche settimana dopo
giunse per posta, da San Francisco, una busta inviatami da John Weir Perry, con la copia di un suo
scritto sulla schizofrenia pubblicato nel 19621. Da questa lettura appresi, con grande meraviglia, che
l'immaginario che si sviluppa nella schizofrenia è assai simile al viaggio dell'eroe mitologico, da me
descritto e spiegato nel lontano 1949 in L'eroe dai mille volti.
Quel mio lavoro si basava sullo studio comparato delle varie mitologie, con qualche riferimento
soltanto, qua e là, alla fenomenologia dei sogni, all'isteria, alle visioni mistiche o ad altre simili
cose. Principalmente, era una raccolta dei temi e dei motivi ricorrenti in tutte le mitologie, e allora
non avevo idea che potessero anche corrispondere alle fantasie della pazzia. Secondo il mio
giudizio, questi erano i temi e i motivi simbolici universali, archetipici, psicologici, che tutte le
mitologie tradizionali presentano: e ora, da questo saggio di J.W. Perry, venivo a conoscenza del
fatto che le medesime figure simboliche sorgono spontaneamente da quella condizione mentale di
rottura e di sofferenza che colpisce alcune persone quando vengono colte da una crisi schizofrenica.
E questa la condizione di chi ha perso il contatto con il modo di vivere e di pensare della sua
comunità e, ormai completamente isolato, si crea un mondo tutto suo di visioni e di fantasie.
In breve: lo schema abituale di questo stato prevede dapprima una rottura, un distacco
dall'ordine e dal contesto sociale in cui la persona è inserita, seguito da un lungo e profondo
ripiegamento all'interno, negli strati più profondi della psiche e, per così dire, all'indietro nel tempo.
Qui si scatena una serie caotica di incontri, esperienze oscure e terrificanti che, se la vittima è
fortunata, riescono però ad avere una funzione in un certo senso stabilizzante, di appagamento, e
infondono nuovo coraggio. In simili casi segue poi il viaggio di rinascita e di ritorno alla vita.
Questa è anche la formula universale del viaggio dell'eroe mitologico che nel mio libro avevo
distinto e definito nelle tre fasi: separazione, iniziazione e ritorno.
L'eroe si avventura fuori dal mondo abituale quotidiano in una regione di meraviglie soprannaturali,
dove si scontra con forze straordinarie e riporta una vittoria decisiva. Egli, poi, ritorna da questa
misteriosa avventura con il potere di profondere benefici sui suoi simili2.
Secondo J.W. Perry, in certi casi di schizofrenia è bene lasciare che il processo segua il suo
corso, senza arrestare la psicosi attraverso la shockterapia o altre cure del genere, ma, al contrario,
assecondando il processo di disintegrazione e poi di reintegrazione. Tuttavia, il medico dovrà essere
in grado di capire il linguaggio delle immagini della mitologia; dovrà comprendere cosa significano
1 In 'Annals of the New York Academy of Sciences', vol. 96, 27 gennaio 1962, pagg. 853-876.
2 J. Campbell The Hero with a Thousand Faces, Pantheon Books, New York, pag. 30 (trad. it. L'eroe dai mille volti,
Feltrinelli, Milano)
Schizofrenia: il viaggio verso l'interno 2
quei segni frammentari e quei segnali che il suo paziente, completamente staccato da una forma di
pensiero e di comunicazione razionali, tenta di far emergere per stabilire qualche contatto.
Interpretata così, la crisi schizofrenica è un viaggio, all'interno e all'indietro, per recuperare
qualcosa che è scomparso o che è andato perso, e per ripristinare, quindi, un equilibrio vitale.
Lasciamo andare il viaggiatore. La sua nave si è capovolta e sta affondando, ed egli forse sta
annegando; tuttavia, come nell'antica leggenda di Gilgamesh il profondo tuffo sul fondo del mare
cosmico permette di cogliere il fiore dell'immortalità, proprio laggiù, nell'abisso, si trova l'unico
valore per lui vitale. Per questo non dobbiamo allontanarlo da esso, ma aiutarlo a compiere il suo
viaggio e a riemergere dalle sue profondità.
Il mio soggiorno in California fu davvero meraviglioso. Le conversazioni con Perry e le
conferenze che tenemmo insieme aprirono in me prospettive completamente nuove: cominciai a
pensare al significato che il materiale mitologico, sul quale per anni avevo lavorato con entusiasmo
in modo più o meno accademico, può avere per chi vive nel disagio mentale, e alle tecniche
attraverso cui può rispondere a dei bisogni reali.
J.W. Perry e M. Murphy mi fecero conoscere un saggio, Shamans and Acute Schizophrenia (Gli
sciamani e la schizofrenia acuta)3, scritto da Julian Silverman del National Institute of Mental
Health (Istituto nazionale per le malattie mentali); anche qui trovai qualcosa di estremo interesse,
attinente ai miei studi e alle mie convinzioni. A quel tempo, in una mia opera4, avevo già messo in
evidenza che, tra i popoli primitivi dediti alla caccia, l'immaginario mitico e le cerimonie rituali
derivavano, per la maggior parte, dalle esperienze psicologiche dei loro sciamani. Lo sciamano è
una persona (uomo o donna) che, nella sua prima adolescenza, subì una violenta crisi psicologica,
qualcosa che oggi verrebbe definita una 'psicosi'. Di solito la famiglia, in ansia, per curare il ragazzo
manda a chiamare un anziano sciamano e questi, grazie alla sua lunga esperienza e attraverso
strumenti, canti, e pratiche adeguate, ci riesce. Come rileva J. Silverman: «Nelle culture primitive
ove è ammessa una simile, eccezionale risoluzione di una crisi vitale, l'esperienza fuori del normale
(lo sciamanesimo) è considerata particolarmente benefica per l'individuo, sia dal punto di vista
conoscitivo, sia da quello emotivo; si ritiene poi che egli possieda una coscienza dilatata». Al
contrario, in una cultura così razionalmente ordinata come la nostra o, per citare ancora le parole di
J. Silverman, «in una cultura che non offre guide di riferimento per capire questo particolare genere
di esperienza critica, l'individuo (lo schizofrenico) subisce una particolare intensificazione delle sue
sofferenze, che superano di gran lunga le sue ansie originali».
Vorrei descrivervi il caso di uno sciamano eschimese che, all'inizio degli anni Venti, fu
intervistato dal grande esploratore e studioso danese Knud Rasmussen. Rasmussen era dotato di una
carica umana, di una simpatia e di una comprensione per le persone davvero infinite, ed era capace
di parlare in modo meraviglioso, da uomo a uomo, con i personaggi più strani che incontrò lungo il
suo viaggio attraverso le terre artiche del Nord America, nel corso della Quinta Spedizione Danese
Thule, che tra il 1921 e il 1924 partì dalla Groenlandia e raggiunse l'Alaska.
Igjugarjuk era uno sciamano eschimese dei Caribù, una tribù che viveva nelle tundre del
Canada settentrionale. Da giovane questo stregone aveva avuto costantemente dei sogni che non
riusciva a interpretare: strani esseri sconosciuti venivano a parlargli, e quando si svegliava ricordava
tutto così bene che poteva descrivere esattamente ciò che aveva visto ai suoi amici e alla sua
famiglia. Questa, preoccupata ma anche consapevole di ciò che stava avvenendo, mandò a chiamare
un vecchio sciamano di nome Peqanaoq che, diagnosticato il caso, mise il giovane su una slitta nella
quale poteva appena stare seduto, e nel cuore dell'inverno, nella notte dell'inverno artico totalmente
3 In 'American Anthropologist', vol. 69, n. 1, febbraio 1967
4 J. Campbell The Masks of God, vol. 1, Viking Press, New York, capp. 6 e 8 (trad. it. Le maschere di Dio, Bompiani,
Milano).
Schizofrenia: il viaggio verso l'interno 3
buia e gelida, lo trascinò lontano. In una deserta pianura fu costruito per lui un igloo, così piccolo da
poterci stare soltanto seduti a gambe incrociate. Al giovane non fu permesso di camminare sulla
neve: sollevato dalla slitta, fu portato nell'igloo e sistemato su una piccola stuoia di pelle. Non gli
furono lasciati né acqua né cibo. Gli fu ordinato di pensare solo al Grande Spirito che sarebbe
apparso di lì a poco e fu lasciato solo per trenta giorni. Dopo cinque giorni, il vecchio stregone
ritornò portando una bevanda di acqua tiepida; dopo quindici giorni portò una seconda bevanda e un
pezzetto di carne. Questo fu tutto. Il gelo e il digiuno furono così tenibili che, come lo stesso
Igjurgarjuk disse a Rasmussen, «a volte era come se morissi un po'».
Durante tutto questo tempo il giovane pensava, pensava, pensava al Grande Spirito, finché,
verso la fine della prova, giunse infatti uno spirito amico sotto le spoglie di una donna che sembrava
librarsi nell'aria sopra di lui. Non la rivide mai più, ma ella divenne il suo spirito guida. Finalmente,
il vecchio sciamano lo riportò a casa, dove gli fu imposto di digiunare per altri cinque mesi. Come
Igjurgarjuk disse al suo ospite danese, questi digiuni, ripetuti spesso, sono il mezzo migliore per
ottenere la conoscenza delle cose più nascoste. «La sola vera saggezza,» disse Igjurgarjuk, «vive
lontano dall'umanità, nelle grandi solitudini, e può essere raggiunta unicamente attraverso la
sofferenza. Solo la privazione e la sofferenza schiudono la mente di un uomo a ciò che è nascosto a
tutti gli altri.»
Un altro potente sciamano, che Rasmussen incontrò a Nome, in Alaska, gli raccontò di una
simile avventura nel silenzio. Questo vecchio, che si chiamava Najagneq, era caduto in disgrazia: lo
sciamano, di solito, vive in una situazione piuttosto pericolosa, perché quando le cose vanno male,
la gente del villaggio tende a dame la colpa alle sue magie. Questo vecchio, per proteggersi, aveva
creato tutta una serie di trabocchetti, di trucchi e di feticci mitologici per spaventare e tenere lontani
i suoi vicini.
Rasmussen, riconoscendo che la maggior parte degli 'spiriti' di Najagneq erano soltanto sue
invenzioni, un giorno gli chiese se tra di essi ve ne fosse uno in cui lui credesse veramente;
Najagneq rispose: «Sì, è uno spirito che noi chiamiamo Sila, e che non può essere spiegato con le
parole. E uno spirito molto potente, che regge l'universo, le stagioni e tutto ciò che vive sulla terra.
È così potente che quando parla all'uomo la sua voce non giunge attraverso le comuni parole, ma
attraverso le tempeste, le nevicate, i rovesci di pioggia, le burrasche del mare e tutte le forze che
l'uomo teme; oppure attraverso il sole, la calma del mare e i piccoli fanciulli innocenti che giocano
e sono ancora ignari di tutto. Quando i tempi sono felici, Sila non ha niente da dire al genere
umano: è scomparso nel nulla infinito e rimane lontano fintanto che la gente non fa cattivo uso della
vita e ha rispetto per il suo cibo quotidiano. Nessuno ha mai visto Sila. Il luogo dove risiede è così
misterioso che egli può essere con noi e, nello stesso tempo, infinitamente lontano».
E cosa dice Sila?
«Colui che abita, o che è l'anima stessa dell'universo,» rispose Najagnaq, «non può essere mai
visto: soltanto la sua voce può essere udita. Tutto quello che sappiamo è che egli ha una voce
delicata come quella di una donna, una voce tanto bella e gentile che persino i fanciulli non ne
hanno timore. E quello che dice è Sila ersinarsinivdluge, 'Non avere paura dell'universo'.»5
Queste parole venivano da uomini molto semplici, almeno secondo i nostri concetti di cultura,
sapere, grado di civiltà, eppure la loro saggezza, che proviene dal profondo del loro intimo,
corrisponde fondamentalmente a quanto abbiamo sentito e imparato dai più venerati mistici. È una
grande e universale saggezza umana, che raramente ci è dato di conoscere attraverso le normali vie
del nostro pensiero razionale.
5 Da K. Rasmussen Across Arctic America, G.P. Putnam's Sons, New York - Londra, pagg. 82-86; e da H. Osterman
The Alaskan Eskimos, as Described in the Posthumous Notes of Dr. Knud Rasmussen. Report of the Fifth Thule
Expedition, 1921-24, vol. X, n. 3, Nordisk Forlag, Copenhagen, pagg. 97-99
Schizofrenia: il viaggio verso l'interno 4
Nel suo articolo sullo sciamanesimo, Julian Silverman ha distinto due tipi molto differenti di
schizofrenia: una 'schizofrenia semplice' e una 'schizofrenia paranoide', ed è nella prima che
appaiono le analogie con quella che io ho definito 'la crisi dello sciamano'.
Nella schizofrenia semplice lo schema caratteristico vede l'individuo allontanarsi dagli impatti
con l'esperienza del mondo esterno. C'è come un restringersi e un ridursi dell'interesse e
dell'attenzione verso il mondo reale, che così si ritira e svanisce, e le incursioni dell'inconscio
prevalgono e sopraffanno l'individuo. Invece, nella schizofrenia paranoide, la persona rimane vigile
ed estremamente sensibile al mondo e ai suoi avvenimenti, ma interpreta tutto secondo le proiezioni
delle proprie fantasie, paure e tenori, e con un senso di trovarsi in pericolo per gli assalti esterni. In
realtà, gli assalti provengono dall'interno, ma il malato li proietta all'esterno, immaginando che tutto
il mondo stia all'erta contro di lui. Questa, afferma Silverman, non è il tipo di schizofrenia che
conduce a un genere di esperienze interiori analoghe a quelle dello sciamanesimo. «È come se lo
schizofrenico paranoide,» egli spiega, «incapace di comprendere o sopportare lo sgomento che
proviene dal suo mondo interiore, dirigesse intempestivamente la sua attenzione al mondo esterno.
In questo tipo di soluzione abortiva della crisi, il caos interiore non viene, per così dire, affrontato e
risolto, oppure non è suscettibile di essere affrontato e risolto.» La vittima di questa pazzia è,
diciamo, in fuga e allo sbando nella distesa delle proiezioni del suo inconscio.
Il tipo opposto di malato psicotico, invece, assai penoso a vedersi, è sprofondato nella fossa di
serpenti del suo abisso interiore: tutta la sua attenzione, tutto il suo essere è laggiù, impegnato in
una battaglia di vita o di morte con le terribili apparizioni di energie psicologiche scatenate. Questo
è esattamente ciò che avviene anche al potenziale sciamano nel periodo del suo viaggio visionario.
Dobbiamo domandarci, allora, in che cosa differiscano lo schizofrenico semplice e lo sciamano nel
suo stato di trance: la risposta è, semplicemente, che lo sciamano primitivo non rifiuta l'ordine
sociale e le sue forme, anzi, è proprio in virtù di esse che viene ricondotto alla sua coscienza
razionale. E quando poi è ritornato dal viaggio, questa sua esperienza personale interiore
generalmente riconferma, rinvigorisce e rafforza quelle forme sociali ereditate, in quanto la sua
personale simbologia onirica si accorda perfettamente alla simbologia della sua cultura. Tra la sua
vita interiore e quella esteriore vi è una fondamentale affinità. Nel caso, invece, di un paziente
psicotico moderno vi è un distacco reale e nessuna effettiva associazione con il sistema simbolico
della sua cultura. Il sistema simbolico riconosciuto non offre nessun aiuto al povero schizofrenico,
atterrito e completamente perso nelle invenzioni della sua stessa immaginazione, davanti alle quali
egli si sente totalmente smarrito.
Come ho già detto e come ben potete immaginare, il mio viaggio in California fu estremamente
interessante. Quando tornai a New York (tutto avveniva come se uno spirito-guida stesse
disponendo ogni cosa per me), Mortimer Ostow, un eminente psichiatra americano, mi invitò a
discutere un suo saggio che si accingeva a leggere a un congresso della Society for Adolescent
Psychiatry. Lo studio riguardava certe comuni caratteristiche che, rilevate dallo stesso Ostow,
sembravano collegare, come appartenenti allo stesso ordine, i 'meccanismi' (così li aveva definiti
Ostow) della schizofrenia, del misticismo, dell'esperienza con l'LSD e anche dell"antinomismo' dei
giovani moderni, intendendo con questo termine l'insieme di quegli atteggiamenti aggressivi e
antisociali che dominano il comportamento e le azioni di un gran numero di studenti e di assistenti
universitari dei nostri giorni. Anche questa lettura costituì per me una grande esperienza, poiché
aprì la mia mente a un altro campo molto critico verso il quale potevano indirizzarsi i miei studi sul
mito; un campo che già conoscevo personalmente nella mia qualità di professore universitario.
Imparai che quel ritirarsi dal mondo esterno per sprofondare all'interno di se stessi provocato
dall'LSD poteva essere paragonato alla schizofrenia semplice, mentre l'antinomismo della gioventù
contemporanea era paragonabile alla schizofrenia paranoica.
Schizofrenia: il viaggio verso l'interno 5
Il senso di minaccia proveniente da ogni angolo di quello che viene definito il 'sistema', cioè la
moderna società civile, per molti di questi giovani non è affatto una messa in scena, ma una reale
condizione dell'anima. La loro rottura è reale, e ciò che viene fatto saltare in aria e distrutto è il
simbolo reale delle loro paure interiori. Inoltre, molti giovani sono persino incapaci di comunicare,
perché per loro ogni pensiero è talmente carico di emozioni che non riescono a trovare nel
linguaggio razionale le parole che lo definiscono. Tantissimi di questi ragazzi non riescono
nemmeno a formulare una semplice frase, ma, intercalando ogni parola con un vuoto 'cioè', si
riducono a usare una specie di linguaggio gestuale da sordomuto, o a dei silenzi carichi di tensione
emotiva, mentre cercano disperatamente comprensione e approvazione. Spesso, trattando con loro,
si ha l'impressione di trovarsi in un manicomio senza mura; e la cura indicata per i mali di cui a
gran voce si lamentano non sta affatto nella sociologia (come pretendono i giornali, televisione e
molti politicanti), ma nella psichiatria.
Il fenomeno dell'LSD, d'altro canto, è, almeno per me, più interessante. Si tratta di una
schizofrenia raggiunta intenzionalmente nella speranza di ottenere una specie di liberazione
spontanea, che però non sempre si verifica. Anche lo yoga è una schizofrenia intenzionale: uno si
distacca dal mondo, si tuffa nell'interiorità... e infatti la gamma delle visioni sperimentate in questo
modo è la stessa di quelle di una psicosi. Ma allora, qual è la differenza? Che cosa distingue lo
psicotico da chi fa uso di LSD, da chi pratica lo yoga, da un mistico? Indubbiamente si tratta sempre
della stessa esperienza d'immersione nel profondo mare interiore. Le immagini simboliche che si
incontrano sono, in molti casi, identiche (tra poco svilupperò ulteriormente questo punto). Ma esiste
una differenza fondamentale; volendo spiegarla con parole semplici, possiamo dire che è simile a
quella che passa tra un tuffatore in grado di nuotare e uno che non ne è capace. Il mistico, che
possiede delle doti naturali per questo genere di cose e che segue, passo dopo passo, le istruzioni del
suo maestro, entra nell'acqua e scopre di riuscire a nuotare; invece lo schizofrenico, impreparato,
non guidato e senza doti innate, è caduto o si è lasciato intenzionalmente cadere nell'acqua, e ora sta
annegando. Può essere salvato? Se gli viene lanciata una corda, saprà afferrarla?
Dapprima è opportuno capire in che acque è sprofondato: sono le stesse, abbiamo detto,
dell'esperienza mistica. Qual è, dunque, la loro natura? Quali sono le loro caratteristiche? E che
cosa occorre per nuotare? Sono le acque degli archetipi universali della mitologia.
Per tutta la mia vita, come studioso di mitologia, ho lavorato con questi archetipi e posso
assicurarvi che esistono veramente e sono gli stessi in tutto il mondo. Essi vengono rappresentati in
modi diversi nelle varie tradizioni, a seconda che ci si trovi, per esempio, in un tempio buddista, in
una cattedrale medioevale, in uno ziggurat sumerico, o in una piramide maya. Le immagini delle
divinità variano naturalmente nelle diverse parti del mondo in base alla flora, alla fauna, alla
posizione geografica, alle caratteristiche razziali; i miti e i riti vengono interpretati in modo
differente, o hanno differenti funzioni razionali, e differenti sono anche i costumi sociali che
attribuiscono loro maggior valore e fona. E tuttavia le forme archetipiche essenziali e le idee che
dietro a queste si celano sono spesso sorprendentemente le stesse. Dunque, che cosa sono questi
archetipi? Che cosa rappresentano?
Lo psicologo che meglio di chiunque altro ha trattato questo tema, riuscendo a dare degli
archetipi la descrizione e l'interpretazione più approfondita, è sicuramente Carl Gustav Jung, che li
definisce 'archetipi dell'inconscio collettivo', appartenenti cioè a quelle strutture della psiche che
non sono il prodotto della semplice esperienza individuale, ma sono comuni a tutto il genere umano.
Secondo la sua visione, lo strato più profondo della psiche è un'espressione del sistema istintivo
della nostra specie, che ha le sue radici nel corpo umano, nel sistema nervoso e nel nostro
meraviglioso cervello.
Tutti gli animali agiscono istintivamente. Agiscono anche, va da sé, secondo modi che essi
Schizofrenia: il viaggio verso l'interno 6
devono apprendere, in relazione alle circostanze e secondo la 'natura' di ogni specie. Osserviamo un
gatto che entra in una stanza e poi, per esempio, un cane: entrambi sono mossi da impulsi propri
della loro razza, gli stessi impulsi che modellano la loro vita. Anche l'uomo è diretto e governato in
modo simile. Egli possiede una biologia che ha ereditato e una biografia personale: gli 'archetipi
dell'inconscio' sono espressione della prima. Jung li distingue dai ricordi personali repressi, ricordi
di frustrazioni, paure infantili, shock (ai quali peraltro la scuola freudiana presta tanta attenzione),
che invece definisce 'inconscio personale'. Così come il primo ordine è biologico e comune alla
specie, il secondo è biografico, determinato in senso sociale e specifico per ogni vita separata. Molti
dei nostri sogni e delle difficoltà che incontriamo ogni giorno derivano, naturalmente, da questo
secondo ordine; ma in una crisi schizofrenica l'individuo si inabissa nel 'collettivo', e il mondo
d'immagini che sperimenta qui appartiene largamente all'ordine degli archetipi del mito.
Ora, per quanto riguarda il potere dell'istinto, ricordo di avere visto, in uno di quegli splendidi
documentari di Walt Disney sulla natura, una tartaruga marina che deponeva le uova nella sabbia, a
circa una decina di metri dalla riva; alcuni giorni dopo, ecco spuntare dalla sabbia una miriade di
tartarughine appena nate, grandi come una monetina, che senza un attimo di esitazione si dirigevano
tutte verso il mare. Senza perlustrare i dintorni, senza andare per tentativi, senza dubbi del tipo:
«Qual è per me il posto migliore dove dirigermi subito?» Non una sola di quelle piccole creature
sbagliò strada, finendo in mezzo ai cespugli, per esempio, con un «Oh!» di sorpresa, o tornando
indietro pensando «Sono stata creata certamente per qualcosa di meglio di questo!» Niente affatto!
Tutte quante si diressero esattamente là dove la madre sapeva si sarebbero dirette: la madre
tartaruga, cioè, o Madre Natura. Nel frattempo, uno stormo di gabbiani, che si erano comunicati
l'avvenimento con alte strida, calò di colpo, come bombardieri in picchiata, su queste piccole
creature dirette verso l'acqua. Le tartarughe sapevano perfettamente che era là che dovevano andare,
e vi si affrettavano alla massima velocità consentita loro dalle corte zampette: zampe che
conoscevano perfettamente la loro funzione! Non era stato necessario nessun allenamento e nessuna
prova. Le loro zampe sapevano quello che dovevano fare, così come i loro minuscoli occhi
sapevano quale direzione seguire. L'intero sistema stava funzionando in modo perfetto: la divisione
di piccoli carri armati si avvicinava, goffamente ma il più in fretta possibile, al mare; e poi...
Ebbene, uno avrebbe potuto pensare che per tali minuscole creaturine le grandi e possenti onde del
mare potessero rappresentare qualcosa di minaccioso. Neanche per sogno! Le tartarughine si
buttarono dritte in acqua, e già sapevano nuotare! Naturalmente, appena entrate, furono subito
attaccate dai pesci. La vita è proprio dura!
A proposito, quando la gente dice di volere tornare alla natura, si rende davvero conto di ciò
che questo significa?
Ecco un altro significativo esempio dell'infallibile legge dell'istinto, offerto ancora una volta da
piccoli esseri: una nidiata di pulcini appena usciti dal guscio. Se un falco vola sopra il loro recinto, i
pulcini corrono a cercare un rifugio, ma se si tratta di un piccione non si spostano. Dove avranno
imparato a capire la differenza? Chi, o che cosa, ci domandiamo, determina le loro decisioni? I
ricercatori hanno costruito delle sagome di legno a forma di falco, e le hanno trascinate attraverso il
recinto per mezzo di un filo metallico: tutti i pulcini si sono subito messi a cercare un riparo. Ma se
quelle stesse sagome venivano fatte muovere all'indietro nessun pulcino si turbava.
La prontezza a rispondere a specifici impulsi stimolatori e i risultanti schemi di azione
appropriata sono, in tutti questi casi, insiti nella fisiologia della specie. Conosciuti come
'meccanismi innati di induzione' fanno parte del sistema nervoso centrale e sono presenti anche
nella struttura fisica della specie Homo sapiens.
È questo, dunque, ciò che s'intende per istinto. Ma se avete bisogno di qualche ulteriore
dimostrazione, o avete ancora dei dubbi sulla forza e la saggezza con cui il puro istinto guida gli
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animali, potete andare a vedere su un libro di biologia, i cicli vitali dei parassiti. Leggete, per
esempio, il comportamento del virus dell'idrofobia, e vi domanderete se un essere umano sarà mai
capace di stare alla pari con un simile prodigio. Esso sa perfettamente che cosa fare, dove andare e
ciò che deve attaccare nel sistema nervoso umano; sa come trasformare colui che ci hanno
insegnato essere la creazione più perfetta della mano di Dio in un misero schiavo, il cui solo
impulso è di mordere, per trasmettere così alla vittima successiva il virus, che attraverso la
circolazione sanguigna risalirà alle ghiandole salivari per continuare all'infinito il suo ciclo.
In ogni essere umano è presente un sistema istintivo senza il quale non potremmo nemmeno
nascere; ma ognuno di noi è stato anche educato in uno specifico sistema culturale. Il paradosso
dell'uomo, ciò che lo distingue da tutti gli altri animali del creato, è di nascere con dodici anni di
anticipo. Nessuna madre, certo, vorrebbe che le cose andassero diversamente; ma è così, e questo è
il nostro problema. Il neonato non ha l'intelligenza di una tartarughina appena nata, grande come
una monetina, e nemmeno quella di un pulcino che, appena uscito dall'uovo, ha ancora qualche
frammento di guscio sulla coda. Assolutamente incapace di provvedere a se stesso, l'infante Homo
sapiens deve affidarsi per dodici anni ai genitori o a qualcuno che li sostituisce; ed è proprio durante
questi dodici anni di dipendenza che diventiamo esseri umani. Impariamo a camminare, a parlare, a
pensare, a riflettere secondo la terminologia della cultura in cui viviamo. Ci viene insegnato a
rispondere a certi segnali positivamente, ad altri negativamente o con paura; e molti di essi non
appartengono all'ordine naturale, bensì a quello sociale: sono cioè segnali specifici, propri di una
particolare civiltà. Tuttavia, gli impulsi che essi attivano o controllano sono impulsi naturali,
biologici, istintivi. Ogni mitologia, quindi, è un'organizzazione di segnali di reazione condizionati
culturalmente, dove le tensioni, naturali e culturali, sono così intimamente fuse tra loro che in
moltissimi casi è praticamente impossibile distinguerle. Questi segnali stimolano i meccanismi
innati di induzione del sistema nervoso umano così come i segnali della natura attivano i riflessi
spontanei in un animale.
Ho definito un simbolo mitologico operante come un 'segnale-guida stimolatore di energia' e
J.W. Perry ha definito questi segnali 'immagini-urto': i loro messaggi non sono indirizzati al
cervello, per esservi interpretati e poi trasmessi, ma sono rivolti direttamente ai nervi, alle
ghiandole, al sangue e al sistema nervoso simpatico. Tuttavia, i segnali passano attraverso il
cervello, e il cervello, istruito, può interferire, interpretarli male, e così mandare in corto circuito i
messaggi stessi. Quando questo avviene, i segnali non funzionano più come dovrebbero: i simboli
mitologici ereditati si alterano e il loro valore di guida viene perso o frainteso. Oppure, e questo è
peggio, un individuo può essere stato educato a rispondere a un particolare complesso di segnali
proprio di un gruppo ristretto: è il caso, per esempio, dei bambini cresciuti in cene sette che non
partecipano, o addirittura si mostrano insofferenti, alle forme culturali del resto della società. Una
persona simile non potrà mai sentirsi a proprio agio in un ambiente sociale più vasto, ma avrà
sempre dei problemi e forse diventerà un po' paranoide. Niente lo tocca, o ha per lui significato, o lo
stimola come invece avviene negli altri. Così è costretto a ritirarsi, per cercare delle soddisfazioni,
nel contesto limitato e limitante della setta, della famiglia, della comunità o della riserva con la
quale è stato 'sintonizzato'. Inserito in un contesto più vasto, è completamente disorientato, e anche
pericoloso.
Mi sembra che qui sia messo in luce un problema critico che genitori e famiglie si trovano a
dover fronteggiare direttamente: quello, cioè, di assicurarsi che l'imprinting che stanno dando ai
loro figli sia tale da porli in sintonia, e non da alienarli, con il mondo nel quale si accingono a
vivere. A meno che, naturalmente, non si sia deciso di trasmettere agli eredi la propria paranoia. Più
normalmente, i genitori razionali sperano di aver messo al mondo dei figli sani, sia in senso fisico
sia sociale, sufficientemente in sintonia con il modo di sentire e di pensare della cultura nella quale
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stanno crescendo, affinché possano essere in grado di apprezzarne i valori, e di allinearsi
costruttivamente con quegli elementi innovatori, giusti, vitali e fecondi che ne sono parte.
Dunque esiste, come dicevo, questo problema, così critico e così importante per noi tutti, di fare
in modo che la mitologia (la costellazione dei segni-simbolo, delle immagini-urto, dei segnali-guida
stimolatori d'energia) che noi trasmettiamo ai nostri giovani possa inviare loro dei messaggi atti a
metterli in un rapporto ricco e vitale con l'ambiente che sarà il loro per tutta la vita, e non con
qualche periodo passato, con un futuro religiosamente vagheggiato o, ancora peggio, con qualche
setta querula e bizzarra, o con qualche moda passeggera. E un problema che io definisco critico
perché, quando lo si risolve malamente, il risultato per l'individuo che ha ricevuto un'educazione
sbagliata è quello conosciuto in termini mitologici come Terra desolata: il mondo non gli parla e lui
non parla al mondo. In questo caso si determina una scissione: l'individuo è respinto su se stesso e si
ritrova nella condizione primaria di quella scissione psicotica che lo farà diventare o uno
schizofrenico semplice, rinchiuso in una cella con le pareti imbottite, o un paranoide che urla frasi
incoerenti in qualche manicomio senza mura.
Ma prima di proseguire il discorso sul corso generale o sulla storia di questa dissociazione, di
questa specie di viaggio (chiamiamolo così) di discesa e di ritorno, vorrei soffermarmi sulle
funzioni normalmente offerte da una mitologia che operi in modo giusto. A mio giudizio queste
funzioni sono quattro.
La prima è ciò che io ho chiamato 'funzione mistica': cioè risvegliare e mantenere nell'individuo
un senso di riverente timore e di gratitudine nei confronti del mistero dell'universo; non perché egli
viva nel timore di questa immensità, ma perché si renda conto di parteciparvi, essendo il mistero
dell'esistenza anche il mistero del suo essere interiore più profondo. E questo ciò che il vecchio
sciamano dell'Alaska udì quando Sila, lo spirito dell'universo, gli disse «Non aver paura». Infatti la
natura, così com'è percepita dai nostri occhi temporali, è brutale, come abbiamo visto. È terribile,
terrificante, mostruosa. È qualcosa di 'assurdo' per le menti razionali dei filosofi esistenzialisti
francesi. (La cosa davvero stupefacente dei francesi è che essi sono stati indelebilmente 'plasmati'
da Descartes: così tutto ciò che non può essere analizzato secondo le coordinate cartesiane per loro
dev'essere catalogato come 'assurdo'. Ma chi, o che cosa è assurdo, potremmo chiedere, quando
giudizi di questo tipo vengono espressi come una filosofia?) La seconda funzione di una mitologia
viva e vitale è quella di offrire un'immagine dell'universo che sia in accordo con la conoscenza del
proprio tempo, con la scienza e il campo d'azione delle persone alle quali questa mitologia è rivolta.
Ai nostri giorni, naturalmente, le rappresentazioni del mondo di tutte le più grandi religioni sono
vecchie di almeno duemila anni, e già solo per questo fatto ci sono ragioni sufficienti per
determinare una scissione piuttosto grave. Se in un periodo come il nostro, di grande fermento e
ricerca religiosa, ci si chiede perché le chiese stiano perdendo i loro fedeli, gran parte della risposta
sta proprio qui. Esse infatti invitano il gregge a 'pascolare' e a trovare la pace in un terreno che non è
mai esistito, ma non esisterà mai e che in ogni caso non si può trovare oggi in nessun angolo della
terra. Una simile offerta mitologica è un farmaco sicuro per condurre almeno a una leggera
condizione di schizofrenia.
La terza funzione di una mitologia vitale è quella di rendere valide, sostenere e fissare le norme
di un dato e specifico ordine morale, quello, cioè, della società in cui l'individuo deve vivere. E la
quarta funzione è quella di guidarlo, passo dopo passo, con forza, salute e armonia di spirito,
attraverso tutto il prevedibile corso di una vita utile.
Riguardiamo brevemente le fasi di questi vari stadi.
Il primo stadio, naturalmente, è quello del bambino che dipende, durante i suoi primi dodici
anni di vita, sia fisicamente sia psicologicamente, dalla guida e dalla protezione della sua famiglia.
L'analogia biologica più evidente è con i marsupiali: canguri e opossum. Il feto di questi mammiferi
Schizofrenia: il viaggio verso l'interno 9
aplacentali non può rimanere nell'utero dopo che la provvista di cibo dell'uovo (il tuorlo) è stata
assorbita, e quindi i piccoli devono nascere molto tempo prima che siano in grado di vivere per
conto loro. Il piccolo canguro nasce dopo solo tre settimane di gestazione: le sue zampe anteriori
sono già molto forti e sanno bene che cosa devono fare. La minuscola creatura (ancora una volta per
istinto!) si arrampica lungo la pancia della madre fino a raggiungere il marsupio, dentro cui si
sistema attaccandosi a un capezzolo che si gonfia (istintivamente) nella sua bocca in modo che il
piccolo non lo perda, e rimane in questo secondo utero (un vero e proprio 'utero con vista') fino a
quando non sarà pronto a saltar fuori.
Tornando alla nostra specie, una funzione esattamente simile viene svolta dalla mitologia, che è
un organo biologico non meno indispensabile e un prodotto non meno naturale del marsupio. Come
il nido di un uccello, così la mitologia è formata da materiali diversi presi dall'ambiente locale,
apparentemente in modo cosciente, ma secondo un'architettura dettata dall'inconscio. E non ha
proprio importanza se le sue immagini confortanti, direttrici e informatrici sono adatte a un adulto:
essa non è intesa per gli adulti, la sua funzione principale essendo di portare alla maturità una psiche
esitante, così che possa fronteggiare il mondo. La giusta domanda da porsi, quindi, è se questa
mitologia sappia preparare un individuo a vivere in questo mondo così com'è, oppure solo in
qualche paradiso o in una società immaginaria. La funzione seguente, di conseguenza, dev'essere
quella di aiutare il giovane, che ora è pronto ad avventurarsi fuori, ad allontanarsi dal mito, il
secondo grembo materno, a diventare, come dicono in Oriente «nato due volte», cioè un adulto
capace, che agisce razionalmente nel suo mondo e che ha lasciato dietro di sé la stagione della sua
infanzia.
Ma c'è ancora una critica decisa che sento di dover muovere alle nostre istituzioni religiose.
Esse infatti chiedono e si aspettano che un individuo non abbandoni quel grembo materno che esse
forniscono; è come se a un piccolo canguro si chiedesse di rimanere nel marsupio della madre per
sempre. Tutti noi sappiamo che cosa accadde nel XVI secolo: l'intero grembo di Madre Chiesa andò
in pezzi, e nonostante tutti gli sforzi e i tentativi compiuti per ricomporre l'unità della Chiesa, non è
stato più possibile ricostituirlo. Così ora è distrutto. Al suo posto abbiamo 'il leggere, lo scrivere, il
far di conto', una specie di marsupio artificiale di plastica; e se poi vogliamo arrivare fino al
dottorato di ricerca, possiamo stare nell'incubatrice scolastica fino a quarantacinque anni. Ho notato
(e forse anche voi) che quando vengono intervistati alla televisione dei professori, prima di dare una
risposta chiara si interrompono continuamente fra mille smorfie, tanto che mi chiedo se stiano
attraversando qualche crisi interiore o gli manchino solo le parole per dare forma a qualche pensiero
particolarmente profondo. Invece, quando vengono poste a un giocatore professionista, di football o
di rugby, delle domande anche piuttosto complicate, egli risponde con facilità e in modo pertinente.
Infatti, questi ha lasciato il grembo materno a circa diciannove anni, quando era il miglior giocatore
tra i suoi compagni; l'altro, poveretto, è rimasto sotto quella specie di cappa soffocante dei suoi
professori fino alla mezza età, e sebbene ora abbia raggiunto il suo dottorato, è oramai troppo tardi
per cominciare a sviluppare ciò che un tempo si chiamava 'sicurezza in se stessi'. Egli porterà per
sempre nei suoi meccanismi innati di induzione l'impronta di quella cappa e rimarrà nel timore
costante che qualcuno dia un brutto voto alle sue risposte.
Succede sempre così: non appena avete imparato a svolgere una determinata professione e vi
siete guadagnati un posto in questa nostra società, incominciate a sentire gli acciacchi dell'età; si
avvicina il momento di andare in pensione che arriva, inevitabilmente, con una rapidità incredibile.
Ora avete tra le mani una psiche libera e utilizzabile: la vostra, un fardello di quell'energia che Jung
definì 'libido disponibile'. Che cosa farne? È la tipica fase, che spesso caratterizza l'ultima parte
della mezza età, degli esaurimenti nervosi, delle crisi di alcolismo e così via, quando la luce della
vostra vita è discesa, impreparata, in un inconscio, impreparato, e voi vi sentite annegare. Sarebbe
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stato molto meglio se, da piccoli, aveste ricevuto un solido imprinting dai miti dell'infanzia, in
modo che, giunto il momento di questo tuffo all'indietro, di questa immersione nel profondo, lo
scenario, laggiù, potesse apparire un po' più famigliare. Almeno, sapreste dare un nome a qualcuno
dei mostri che incontrerete e, forse, avreste anche delle anni per difendervi. E un dato di fatto assai
importante: le immagini mitologiche che nell'infanzia sono interpretate come riferimenti a elementi
esterni soprannaturali, in realtà sono i simboli dei poteri strutturanti dell'inconscio (o 'archetipi',
come li chiamò Jung). E sarà proprio a questi poteri e alle forze naturali che essi rappresentano, le
forze e le voci interiori dello spirito (Sila) dell'universo, ai quali tornerete quando dovrete
affrontare, ineluttabilmente, quell'immersione nell'inconscio.
Dunque, di fronte a questa sfida, che ci attende tutti, dobbiamo cercare di imparare a conoscere
qualcuna delle correnti e delle maree del nostro oceano interiore. Vorrei parlarvi di ciò che ho
appreso recentemente a proposito delle esperienze, sconvolgenti, che un individuo attraversa in una
crisi schizofrenica.
La prima esperienza è quella di un senso di scissione. La persona vede il mondo spaccarsi in
due: una parte si allontana e lui si trova sull'altra. Questo è l'inizio della regressione, un movimento
di rottura e caduta all'indietro. Per un certo tempo l'individuo può vedersi in due ruoli: uno è quello
del pagliaccio, del fantasma, della strega, del matto, dell'escluso; sta recitando una parte 'esterna', in
cui si sminuisce indossando gli abiti del buffone vilipeso da tutti, della vittima. Ma dentro di sé egli
è il salvatore, e lo sa: è l'eroe scelto dalla sorte. Recentemente, un simile salvatore mi fece l'onore di
alcune visite; era un giovane alto, molto bello, con la barba, gli occhi e i modi gentili di un Cristo, e
il suo sacramento era l'LSD. L'LSD e il sesso. «Ho visto il Padre,» mi disse la seconda volta che
veniva da me. «Ora è vecchio e mi ha raccomandato di aspettare. Saprò quando sarà giunto per me
il momento di sostituirlo.»
La seconda esperienza è stata descritta in molti rapporti clinici: è quella di un terrificante
distacco, una regressione, nel tempo ma anche biologica. Ricadendo nel proprio passato lo psicotico
diventa un infante, un feto nel ventre materno. Egli prova la spaventosa esperienza di scivolare
all'indietro verso una coscienza animale, in forme animali, sub-animali, persino vegetali. Mi viene
in mente la leggenda di Dafne, la ninfa tramutata in una pianta di alloro; questa immagine, in
termini psicologici, ha il significato di una psicosi. Concupita dal dio Apollo, la vergine ne fu
terrorizzata e invocò in aiuto il padre, il dio-fiume Peneo, che la tramutò in una pianta.
«Mostrami il volto che avevi prima che tuo padre e tua madre nascessero!» È un tema frequente
nella meditazione e nella filosofia zen dei maestri giapponesi. Nel corso di una regressione
schizofrenica, anche lo psicotico può giungere a conoscere l'estasi di un'unione con l'universo che
trascende ogni limite personale: Freud la definì 'sensazione oceanica'. Nascono allora anche
sensazioni di una nuova conoscenza; cose che fino a quel momento erano rimaste avvolte nel
mistero risultano perfettamente chiare e vengono sperimentate nuove, ineffabili percezioni. Quando
ne leggiamo il resoconto non possiamo che esserne completamente stupiti; io ne ho letti dozzine e
corrispondono, spesso in modo incredibile, alle intuizioni dei mistici, alle immagini della mitologia
induista, buddista, egizia e classica.
Per esempio, una persona che non ha mai creduto alla reincarnazione, e nemmeno ne ha mai
sentito parlare, incomincia a credere di essere vissuto da sempre, di essere passato attraverso molte
vite, e tuttavia di non essere mai nato e di non essere destinato a morire. E come se fosse giunto a
conoscere se stesso come quel Sé (atman) di cui leggiamo nel Bhagavad Gita: «Mai esso è nato,
mai esso morirà (...) Non nato, eterno, permanente e primordiale, non ha fine quando ha fine il
corpo». Il paziente (chiamiamolo così, ora) ha unito ciò che gli resta della sua coscienza a quella di
tutte le cose, le rocce, gli alberi, l'intero mondo della natura dal quale tutti noi abbiamo tratto
origine. Egli è in sintonia con ciò che esiste da sempre: come lo siamo, in realtà, tutti, all'inizio e
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alla fine. Viene affermato nel Gita: «Quando uno distoglie completamente i sensi dagli oggetti cui
essi si rivolgono, come una testuggine ritrae le proprie membra, allora, in quel momento, la sua
saggezza viene fissata saldamente. In quella serenità si trova la sospensione di ogni dolore».
In breve, cari amici, sto dicendo che il nostro paziente schizofrenico, in realtà, sta
sperimentando al di fuori della sua volontà quel profondo, beato oceano che sia lo yogi, sia il santo
cercano sempre di raggiungere; un oceano in cui essi nuotano, mentre lo schizofrenico vi annega.
Stando a numerosi rapporti medici, può sopravvenire poi una fase in cui il malato prova la
sensazione di avere davanti a sé un compito terrificante, con pericoli da affrontare e da superare; e
ha anche la percezione di presenze invisibili che lo possono aiutare e guidare attraverso i pericoli.
Queste presenze sono gli dei, gli angeli (o i demoni) custodi: poteri innati della psiche, capaci di
affrontare e superare le forze negative che torturano, divorano e fanno a pezzi. Chi ha il coraggio di
continuare, giungerà, in una terribile estasi, a una crisi culminante, sconvolgente, o anche a una
serie di queste crisi, al di là di quanto è possibile sopportare.
Sono crisi, per la maggior parte, di quattro tipi, in base al genere di difficoltà che ha condotto il
paziente alla regressione. Per esempio, una persona che è stata privata nell'infanzia dell'amore
indispensabile, che è cresciuta in una casa senza o con pochissimo affetto e dove esistevano solo
autorità, rigore e ordini, o che è stata allevata in mezzo alle liti e alla rabbia, fra le urla di un padre
ubriaco o in altre situazioni simili, nel suo viaggio all'indietro cercherà di trovare nell'amore un
nuovo orientamento e un nuovo cardine per la sua vita. Di conseguenza, quando sarà tornato
all'inizio della sua biografia, alla sensazione del primo impulso erotico alla vita, il compimento
della sua crisi sarà la scoperta, nel suo stesso cuore, di un centro di tenerezza e di amore nel quale,
finalmente, riposare. Sarà stato questo lo scopo e il senso di tutta la sua ricerca retrospettiva, la cui
realizzazione sarà configurata attraverso l'esperienza di una specie di appagamento mistico: una
'sacra unione' con una presenza che funge da moglie-madre (o semplicemente da madre).
Se invece la persona è cresciuta in una casa in cui il padre era una nullità, una presenza di
nessun valore; in una casa dov'è quindi mancato il senso dell'autorità paterna e di una presenza
maschile da onorare e rispettare, in mezzo alla confusione e al disordine delle minuzie domestiche e
delle preoccupazioni femminili, allora la ricerca sarà orientata verso l'immagine di un padre
adeguato. Quella persona cercherà di trovare una specie di realizzazione simbolica di un rapporto
superiore padre-figlia o padre-figlio.
Un terzo tipo di situazione famigliare da cui deriva un defraudamento affettivo è quella del
bambino che sente di essere stato escluso dal cerchio famigliare, di non essere desiderato; oppure di
un bambino che non ha mai avuto una vera famiglia. Nel caso di un secondo matrimonio, per
esempio, quando si forma una nuova famiglia, il bambino nato dalla prima unione può sentirsi, e
trovarsi, realmente respinto, messo da parte o abbandonato. La vecchia favola della perfida
matrigna e delle cattive sorellastre in questo caso è del tutto pertinente. Lo scopo che una persona
così tenterà di ottenere nel suo solitario viaggio interiore sarà di ritrovare, o ricrearsi, un centro
(inteso non più come centro della famiglia, ma del mondo) di cui lui costituirà l'esistenza cardine.
J.W. Perry mi raccontò di un paziente schizofrenico così completamente e profondamente
dissociato che nessuno riusciva a stabilire con lui la minima comunicazione. Un giorno, questo
povero essere incapace di comunicare disegnò, in presenza del dottore, un cerchio e mise la punta
della matita nel centro. Il medico si chinò sul disegno e disse: «Tu sei nel centro, non è vero? È
così!» Quel messaggio penetrò nel paziente e diede inizio alla fase di ritorno.
C'è una descrizione interessantissima di una crisi schizofrenica nel penultimo capitolo del libro
di Ronald David Laing La politica dell'esperienza6. Si tratta del racconto fatto da un ex comandante
6 R.D. Laing The Politics of Experience, Pantheon Books, New York, cap. 7 (trad. it. La politica dell'esperienza,
Feltrinelli, Milano)
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di marina, diventato poi scultore, di una sua personale crisi schizofrenica (nella nostra tipologia, la
quarta), al culmine della quale egli dovette affrontare e sopportare la percezione di una luce
purissima, terribilmente pericolosa, sconvolgente e schiacciante. Il suo racconto ricorda con molta
forza la luce del Budda descritta nel Libro tibetano dei morti, una luce che si suppone sperimentata
nel momento stesso della morte: se si riesce a sostenerla essa genera liberazione, ma per la maggior
parte degli uomini la sua intensità è insopportabile. L'ex ufficiale della Marina britannica, un certo
Jesse Watkins, di trentotto anni, era totalmente digiuno di filosofia e mitologia orientali; tuttavia, al
culmine dell'esperienza, le immagini di questo viaggio protrattosi per dieci giorni, divennero
perfettamente simili a quelle delle religioni induista e buddista.
Tutto era cominciato per lui con la sensazione, allarmante, del tempo che scorreva all'indietro.
Si trovava a casa sua in salotto e ascoltava, senza prestarvi molta attenzione, una canzone alla radio,
quando iniziò ad avere questa esperienza straordinaria. Si alzò, si guardò allo specchio per cercare
di capire che cosa stava succedendo, e sebbene il volto che vide riflesso gli sembrasse vagamente
familiare, gli apparve però come quello di un estraneo, non il suo. Ricoverato in osservazione in
ospedale, fu messo a letto. Quella notte gli sembrò di essere morto, e che fossero morti anche tutti
gli altri pazienti intorno a lui. Continuò a retrocedere nel tempo fino a raggiungere una sorta di
paesaggio animale, dove lui si aggirava come una bestia; anzi, come un rinoceronte, spaventato e
tuttavia aggressivo e guardingo. Poi provò la sensazione di essere un bimbo molto piccolo, e si sentì
piangere, proprio come un bambino. Era, contemporaneamente, l'osservatore e l'oggetto osservato.
Quando gli diedero dei giornali da leggere non riuscì a farlo, perché tutto, ogni singola riga, gli
spalancava davanti associazioni sempre più ampie. Una lettera della moglie gli fece provare la
sensazione che lei fosse in un mondo differente, nel quale lui non avrebbe mai più abitato. E sentì
che, lì nel suo mondo, aveva ottenuto dei poteri, poteri innati in tutti noi. Per esempio, riuscì in un
solo giorno a fare cicatrizzare un brutto taglio sul dito, che non aveva permesso agli infermieri di
curargli, concentrando, come disse, «una specie d'intensa attenzione su di esso». Scoprì che, seduto
a letto, guardando fissamente gli altri pazienti ricoverati nel suo stesso reparto, poteva farli sdraiare
e farli rimanere immobili.
Sentì di essere più di quanto avesse mai immaginato; sentì di essere sempre esistito, in ogni
forma di vita, e di stare sperimentando tutto questo ancora una volta; ma sentì anche di avere
davanti a sé un grande e terribile viaggio da compiere, e questo gli dava una sensazione di profonda
paura.
Ora, i grandi e nuovi poteri che egli stava sperimentando, di controllo sul proprio corpo e su
quello degli altri, in India sono chiamati siddhi. Lì vengono riconosciuti (e lo stesso fece
quest'uomo occidentale) come poteri latenti in tutti noi, insiti in ogni vita, e che lo yogi è in grado di
liberare in se stesso. Ne sentiamo parlare anche nello scientismo, così come in certi tipi di
'guarigione per fede' che invocano la salute per i fedeli. I miracoli degli sciamani, dei santi, dei
salvatori sono altrettanti esempi noti. Per quanto riguarda, poi, l'esperienza di identità con l'esistente
e con la vita in tutte le sue forme, e le trasformazioni in forme animali, possiamo prendere in
considerazione il seguente canto del leggendario poeta Amairgen, capo di quei Celti gaelici la cui
nave toccò per prima le sponde dell'Irlanda:
Io sono il vento che soffia sul mare;
Io sono l'onda del profondo oceano;
Io sono il toro delle sette battaglie;
Io sono l'aquila sulla roccia;
Io sono una lacrima del sole;
Io sono la pianta più bella;
Io sono un cinghiale coraggioso;
Schizofrenia: il viaggio verso l'interno 13
Io sono un salmone nell'acqua;
Io sono un lago nella pianura;
Io sono la voce della conoscenza;
Io sono la punta della lancia in battaglia;
Io sono il dio che crea il fuoco [pensiero) nella mente.
Mentre seguiamo con l'immaginazione il corso di questo viaggio interiore durato dieci giorni, ci
troviamo su un piano mitico ben noto, per quanto strano e mutevole. Anche i suoi passaggi
culminanti, sebbene inconsueti, sono curiosamente e misteriosamente familiari.
Il protagonista racconta di avere provato l'«acuta sensazione» che il mondo che stava ora
sperimentando fosse situato su tre piani: lui si trovava nella sfera di mezzo, sopra si apriva un piano
di più alte realizzazioni, sotto era una specie di sala d'aspetto. Torna alla mente l'immagine cosmica
della Bibbia: il paradiso e Dio in alto, la terra in basso e sotto di essa le acque. Oppure possiamo
pensare alla Divina Commedia di Dante, ai templi torreggiami dell'India o a quelli maya del Centro
America, agli ziggurat degli antichi Sumeri: al di sotto si apre l'inferno dei sofferenti, al di sopra il
Cielo della luce e tra i due si alza la montagna delle anime che ascendono al cielo nei differenti
stadi del progresso spirituale. Secondo Jesse Watkins, la maggior parte di noi si trova sul gradino
inferiore, in attesa (en attendant Godot, potremmo dire), proprio come in una grande sala d'aspetto;
non siamo ancora giunti nella zona centrale di lotta e di ricerca alla quale, invece, lui era riuscito ad
arrivare. Tutt'intorno, accanto e sopra di lui, aveva la sensazione che ci fossero degli dei invisibili,
cui era affidato l'ordine e il comando di tutte le cose; e nel punto più alto, con il ruolo più
importante, si trovava il dio supremo.
Ciò che rendeva la situazione terribile, inoltre, era sapere che tutti, alla fine, avrebbero dovuto
assumere quel ruolo dominante. Anche i pazienti intorno a lui, lì nel manicomio, erano morti e si
trovavano nella fase espiatoria di mezzo, cioè «in una sorta di risveglio» (ricordiamoci che il
significato della parola budda è 'colui che si è risvegliato'). E tutti erano sul punto, risvegliandosi, di
occupare, ognuno nel proprio momento, quella posizione suprema nella quale diventavano Dio. Dio
era un pazzo. Su di lui gravava tutto il peso: «questo enorme peso,» così si espresse Watkins, «di
dover essere presente e consapevole, di dover reggere e governare ogni cosa». «Il viaggio è lì, e
ogni singolo individuo tra noi,» disse, «deve affrontarlo e completarlo: non si può sfuggire; lo scopo
di ogni cosa e di tutta l'esistenza è quello di prepararsi a compiere un passo avanti, poi un altro e un
altro ancora, e così via...»
Non è forse sorprendente trovare tanti temi orientali in questa specie di giornale di bordo del
viaggio sul mare della notte compiuto da un ex ufficiale di guerra della Marina britannica,
impazzito per un breve periodo?
Un antico racconto buddista parla proprio della fine di un simile viaggio; lo si trova in un libro
di favole induiste chiamato Panchatantra. Ha per titolo I quattro cercatori d'oro e narra di quattro
bramini amici che, avendo perso le loro ricchezze, decisero di mettersi in cammino insieme per
cercar fortuna. Giunti nella regione di Avanti (quella in cui un tempo visse e insegnò il Budda),
incontrarono un mago chiamato Terrore-Gioia. Dopo che gli ebbero raccontato quello che volevano
e implorato il suo aiuto, questo personaggio solenne e imponente diede a ciascuno una magica
penna d'oca e disse loro di andare a nord, verso le pendici settentrionali dell'Himalaia: là dove una
delle penne fosse caduta, li assicurò, il suo possessore avrebbe trovato il tesoro.
Ebbene, la penne del capo dei quattro amici cadde per prima, e si scoprì che il terreno, in quel
luogo, era tutto di rame. «Guardate!» disse, «Prendetene quanto ne volete!» Ma gli altri preferirono
continuare e così il capo, rimasto solo, raccolse il suo rame e tornò indietro. Poi cadde la penna del
secondo, e lì si trovò dell'argento: il suo possessore prese la via del ritorno. La penna del terzo
rivelò dell'oro. «Hai capito?» disse il quarto del gruppo, «Prima abbiamo trovato il rame, poi
Schizofrenia: il viaggio verso l'interno 14
l'argento, poi l'oro. Dopo questo troveremo sicuramente dei diamanti!» Ma l'altro si tenne l'oro e il
quarto decise di andare avanti.
Proseguì da solo. Il sole torrido dell'estate gli bruciava le membra e la sete lo faceva quasi
vaneggiare mentre vagava sui sentieri della terra delle fate. Alla fine, su una piattaforma girevole,
vide un uomo sulla cui testa una ruota girava vorticosamente; il sangue gli colava lungo tutto il
corpo. Gli corse incontro e disse: «Signore, perché te ne stai lì così, con quella ruota sulla testa? Ma
prima dimmi se c'è acqua da qualche parte qui intorno: sto impazzendo dalla sete».
Nell'attimo in cui il bramino pronunciò queste parole, la ruota lasciò la testa dell'uomo e si posò sulla
sua. «Mio caro signore,» esclamò allora «che cosa vuol dire tutto questo.'» E l'altro rispose: «Proprio
allo stesso modo quella ruota si posò sulla mia testa». «Ma quando se ne andrà?» chiese il bramino,
«fa molto male.» L'uomo rispose: «Quando qualcuno, con in mano una penna fatata come quella che
avevi tu, giungerà e parlerà come te; allora la ruota si sposterà sulla sua testa». Ribattè il bramino:
«Da quanto tempo sei qui?» L'altro allora chiese: «Chi regna in questo momento?» E udendo la
risposta, «Il re Vinabatsa», riprese: «Quando regnava Rama, io ero poverissimo: allora mi procurai
una penna magica e giunsi qui. Vidi un uomo con una ruota sulla testa e gli feci una domanda.
Nell'attimo in cui gliela ponevo (proprio come hai fatto tu), la ruota lasciò la sua testa e si posò sulla
mia. Ma non riesco a calcolare i secoli». Colui che ora reggeva la ruota proseguì: «Ti prego, dimmi,
come ti procuravi il cibo?» «Mio caro signore,» disse l'altro, «il dio della ricchezza, timoroso che i
suoi tesori gli venissero rubati, preparò questa cosa terribile, in mgiungere fin qui. Ma se qualcuno ci fosse riuscito, allora sarebbe stato liberato per sempre dalla fame
e dalla sete e preservato dalla vecchiaia e dalla morte. Tuttavia, avrebbe dovuto sopportare questa
tortura. Ma ora permettimi di dirti addio. Mi hai liberato da una sofferenza indicibile, adesso posso
tornarmene a casa.» E se ne andò7.
La vicenda, così come l'ho riportata, è un ammonimento rivolto a tutti gli uomini contro il
pericolo di un'eccessiva avidità. Nella sua versione più antica, però, questa leggenda del buddismo
Mahayana simboleggia il lungo cammino da affrontare per diventare un bodhisattva: la domanda
posta dal bramino all'uomo che soffre sotto la ruota è il segno della totale e infinita compassione di
chi ha intrapreso quel viaggio spirituale. È opportuno, a questo proposito, ricordare la leggenda
medioevale cristiana del Santo Graal: la figura del re ferito e la domanda che il primo cavaliere del
Graal avrebbe dovuto porre per risanare il re e subentrare al suo posto. Viene anche da pensare al
capo coronato di spine del Cristo crocefisso, e a numerose altre figure: Prometeo, incatenato a una
roccia del Caucaso mentre un'aquila gli divora il fegato; Loki, anch'egli inchiodato a uno spuntone
di roccia, con il veleno infuocato del serpente cosmico che in eterno gli cola sulla testa; Satana, così
come lo vide Dante, posto come perno al centro della terra, nella posizione del suo modello, il dio
greco Ade (il Plutone dei Romani), signore degli inferi e delle ricchezze, che poi è l'esatto
equivalente di Kubera, il dio indiano della terra, signore dell'abbondanza e di quella tormentosa
ruota presente nella favola di cui vi ho parlato.
Ma per tornare alle visioni del nostro paziente schizofrenico, egli sentì che il ruolo del dio
supremo, pazzo e atrocemente sofferente, era qualcosa di troppo grande per lui. E, davvero, chi
saprebbe affrontare e accettare volontariamente l'impatto di un'esperienza che porta a scoprire il
senso vero della vita e dell'universo, nella pienezza della sua terribile gioia? Questa, forse, è la
prova suprema della nostra misericordia: essere capaci di affermare questo mondo così com'è, senza
riserve, portando dentro di noi tutte le sue terribili gioie con un senso di entusiasmo e di trasporto, e
in tal modo lasciarlo, follemente, a tutti gli esseri viventi! In ogni caso, Jesse Watkins seppe, nella
sua pazzia, di essere giunto al limite estremo per lui sopportabile.
«In certi momenti fu così sconvolgente,» disse a proposito della sua avventura, «che il pensiero
7 The Panchatantra, The University of Chicago Press, Chicago, pagg. 434-441
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di affrontare di nuovo una simile esperienza mi terrorizza (...) D'un tratto ero stato messo di fronte a
qualcosa di infinitamente più grande di me, a esperienze molteplici, a un'eccessiva intensità di
consapevolezza e a tante sensazioni al limite del tollerabile (...) Tutto questo l'ho provato solo per
pochi, brevi attimi, ma è stato come quando un improvviso lampo di luce accecante, un turbine di
vento, o qualsiasi altra cosa simile vi si scaglia contro, e voi vi sentite troppo indifesi e soli per
essere in grado di resistere.» Una mattina Watkins permise ai dottori di non dargli più sedativi, per
tornare, in qualche modo, in sé. Sedette sul bordo del letto comprimendo con fona le mani tra loro e
cominciò a ripetere il proprio nome. Continuò a ripeterlo, più e più volte, senza mai smettere, e a un
tratto, così, semplicemente, capì che tutto era passato. Ed era vero. Le incredibili esperienze erano
finite e lui era di nuovo sano di mente.
Io penso che sia proprio qui l'indicazione del metodo da seguire quando si affronta un analogo
viaggio avventuroso e si vuole trovare la strada del ritorno. Ossia: non si deve identificare il proprio
sé con nessuna delle figure e dei poteri sperimentati. Lo yogi indiano, che lotta per giungere alla
liberazione, s'identifica con la Luce e non torna più indietro; ma nessuno che abbia la volontà di
servire gli altri e di servire la vita concederebbe a se stesso una simile fuga. Lo scopo supremo della
ricerca, se è stabilito che si torni indietro, non dev'essere né la liberazione, né l'estasi del singolo,
ma la saggezza e la forza di servire gli altri.
Anche nel mondo occidentale troviamo un racconto, grandioso e famoso, di un viaggio verso la
regione della Luce: è quello, durato dieci anni, di Ulisse. L'eroe di Omero, come l'ufficiale Watkins
della Marina britannica, era un guerriero che tornava, dopo lunghi anni di guerra, alla sua vita
domestica, e si trovava quindi nella necessità di cambiare radicalmente l'atteggiamento psicologico
avuto fino a quel momento. Tutti conosciamo la sua storia. Ulisse, partito da Troia dopo averla
conquistata, con dodici navi giunse in un porto della Tracia, Ismaro, lo saccheggiò, ne uccise gli
abitanti e, impossessatosi delle donne e delle ricchezze, le distribuì poi ai suoi uomini. Chiaramente,
un bruto di tale tutta non era pronto per la vita domestica: occorreva un cambiamento completo di
carattere. E gli dei, sempre attenti a queste cose, fecero in modo che egli cadesse in mani
competenti.
Per prima cosa Giove mandò contro di lui una terribile tempesta, che fece a pezzi le vele e
sospinse per nove giorni le navi fino alla terra dei Lotofagi. La terra di quella droga allucinogena
detta 'oblio' dove, come Watkins nel manicomio, Ulisse e i suoi compagni furono fatti navigare
attraverso un mare di sogni. Viene poi la serie delle loro avventure mitologiche, completamente
diverse da qualsiasi cosa essi avessero mai conosciuto.
Ci fu, dapprima, l'incontro con i Ciclopi e la fuga, costata assai cara, dalla terribile caverna di
Polifemo. Segui un periodo di euforia mentre veleggiavano con il favore dei venti inviati dal dio
Eolo. Ma sopraggiunse la bonaccia e le grandi navi dovettero essere sospinte con l'aiuto dei remi e
con fatica sovrumana. Riuscirono così a toccare terra, cioè l'isola dei Lestrigoni, un popolo
cannibale che affondò undici delle dodici navi. Ulisse, di fronte a forze che gli era impossibile
combattere, riuscì a fuggire sull'ultima nave rimasta insieme col suo equipaggio atterrito. Sempre
costretti a remare, esausti, in un mare di bonaccia costante, Ulisse e i suoi raggiunsero il luogo che
doveva rivelarsi il culmine del loro terribile viaggio sul mare della notte: l'isola di Circe dalle
chiome intrecciate, la ninfa che trasformava gli uomini in porci.
Circe era uno di quegli esseri femminili che il nostro eroe, già così umiliato, non avrebbe certo
potuto trattare come un bottino di guerra: troppi i suoi poteri! Fortunatamente per Ulisse e per la sua
fama, però, il protettore e guida delle anime morte pronte alla rinascita, il dio misterico Ermes,
giunse a dargli protezione: con un consiglio e con un amuleto. Così, invece di subire la
metamorfosi, l'intrepido navigatore, protetto dal dio, finì prima nel letto di Circe e poi, aiutato dalla
maga, raggiunse il mondo degli inferi per incontrare le anime dei suoi avi. Qui Ulisse trovò anche
Schizofrenia: il viaggio verso l'interno 16
Tiresia, il cieco vate nel quale si uniscono la saggezza maschile e quella femminile; dopo che Ulisse
ebbe imparato da lui tutto ciò che poteva, ritornò, molto migliorato, dalla maga Circe, un tempo
pericolosa e ora sua maestra e guida.
Circe lo aiutò a raggiungere l'isola del Sole, suo padre, dove però, nel luogo che è fonte di ogni
luce, l'unica nave rimasta si schiantò e Ulisse, perduti i suoi compagni, fu gettato in mare e
restituito, da correnti inarrestabili, a Penelope, la moglie terrena, e alla vita di un tempo... Ma sulla
via del ritorno dovette sostare otto anni, presso la materna e non più giovane ninfa Calipso, e un
tempo più breve nell'isola della graziosa Nausicaa, figlia di Alcinoo. Con l'aiuto del re dei Feaci fu
finalmente riportato, immerso in un sonno profondo, alla sua dolce terra e alla sua casa: ora era
pronto per quella vita di marito e padre consapevole che lo attendeva!
Un lato importante di quest'epica del mare oscuro interiore è il modo in cui viene rappresentato
il viaggiatore, che non desidera mai fermarsi in nessuno dei luoghi dove approda. Nella terra dei
mangiatori di loto, i compagni di Ulisse che si cibarono del fiore non sentirono più il desiderio di
ritornare in patria; ma Ulisse li trascinò piangenti alle navi, li legò e fuggì lontano. Durante la sua
idilliaca sosta nell'isola di Calipso, poi, Ulisse se ne stava spesso tutto solo, a guardare lontano sul
mare, verso la sua patria.
Anche Jesse Watkins fu capace, alla fine, di distinguere se stesso, uomo appartenente a questo
nostro mondo, dal pazzo ricoverato in manicomio. Il punto di svolta coincide con l'esperienza della
luce (che in Omero è rappresentata dall'isola del Sole sulla quale si schianta la nave di Ulisse),
quando Watkins intuisce di non essere solamente un folle terrorizzato dall'annientamento totale, ma
anche un uomo che si è psicologicamente dissociato da una forma di vita equilibrata. Siede (come
già sappiamo) sul letto, stringe forte le mani e, pronunciando il suo nome, il nome del suo corpo
terreno, ritorna a sé, come un tuffatore che riemerge alla superficie dalle oscure profondità del mare.
L'immagine mitologica della rinascita è la più comune e appropriata per simboleggiare un
simile ritorno alla vita, intesa come rinascita a un nuovo mondo; la stessa immagine che si presentò
alla mente di Watkins mentre sperimentava questa liberazione spontanea. «Quando ne venni fuori,»
raccontò, «improvvisamente ebbi la sensazione che tutto fosse molto più vero di quanto non fosse
mai stato prima. L'erba era più verde, il sole splendeva più forte, la gente era più viva e io la potevo
distinguere più chiaramente. Potevo vedere la cose cattive e le cose buone, tutto quanto: ero molto
più consapevole.»
«Ne possiamo forse dedurre,» notò R.D. Laing commentando l'esperienza, «che non è dal
viaggio che dobbiamo guarire, poiché questo è solo un modo naturale di uscire dal nostro
terrificante stato di alienazione noto come 'normalità'...
Di opinione molto simile erano anche J.W. Perry e J. Silverman; questa interpretazione venne
avanzata per la prima volta da Jung in un saggio scritto nel 1902 e intitolato Psicologia e patologia
dei cosiddetti fenomeni occulti8.
Ricapitolando, quindi: il viaggio interiore dell'eroe mitologico, dello sciamano, del mistico e
dello schizofrenico è, in teoria, lo stesso; e quando ha luogo il ritorno, la liberazione, questa è
sperimentata come rinascita, la nascita, cioè, di un lo 'nato due volte', non più legato e limitato
dall'orizzonte del suo mondo diurno. Ora sappiamo che questo Io non è che il riflesso di un Sé più
vasto, la cui precisa funzione è di fare in modo che le energie di un sistema istintivo archetipico
possano essere messe in atto vantaggiosamente in una situazione spazio-temporale contemporanea.
Oggi non temiamo più la natura e neppure la società che ne è figlia, anch'essa mostruosa, quanto
basta per poter continuare a vivere. Il nuovo Io è in accordo con tutto questo, in armonia, in pace:
per chi torna dal viaggio, infatti, la vita è più ricca, più forte e più gioiosa.
Il vero problema, dunque, è come compiere il viaggio, o i viaggi (poiché possono essere più di
8 In C.G. Jung Opere, vol. 1, Boringhieri, Torino
Schizofrenia: il viaggio verso l'interno 17
uno) senza naufragare. La risposta non può essere quella di non permettere a un individuo di
diventare pazzo; bensì di insegnargli, prima, qualcosa dello scenario che deve aspettarsi, delle forze
che dovrà affrontare nel viaggio, e offrirgli una sorta di formula grazie alla quale possa riconoscere
e domare queste forze, incorporandone poi le energie. Sigfrido, dopo avere ucciso Fafnir, bevve il
sangue del drago e subito scoprì, con sua grande sorpresa, di capire il linguaggio della natura, la
propria e quella esterna. Non si trasformò in drago, sebbene dal drago avesse tratto quei poteri che
perse quando ritornò nel mondo degli uomini.
C'è sempre, in questo viaggio avventuroso, il grande pericolo di ciò che in psicologia si
definisce 'inflazione': una condizione da cui lo psicotico viene sopraffatto e che lo fa identificare
con l'oggetto della sua visione o col testimone di questa, cioè il soggetto della visione. Il trucco
consiste nel rendersi conto di ciò senza perdercisi dentro; capire, cioè, che possiamo essere tutti
salvatori quando agiamo in relazione ai nostri amici o nemici. Siamo l'immagine di un salvatore, ma
non siamo Il Salvatore, così come possiamo essere padri o madri, ma non saremo mai Il Padre o La
Madre. Quando una fanciulla, crescendo, diventa consapevole del piacere che la sua femminilità in
fiore inizia a suscitare negli altri e dà credito di ciò al proprio Io, e già diventata un pochino pazza.
Sbaglia a collocare la propria identificazione, perché la causa dell'eccitamento che produce negli
altri non è il suo stupito, piccolo Io, ma il nuovo meraviglioso corpo che sta crescendo intorno a
esso.
Ricordo una massima giapponese a proposito delle cinque fasi della vita di un uomo: «A dieci
anni, un animale; a venti, un folle; a trenta, un fallimento; a quaranta, un impostore; a cinquanta, un
criminale». A sessanta, aggiungerei (età nella quale si è già passati attraverso tutto questo), uno
incomincia a dare consigli ai propri amici; a settanta (rendendosi conto di essere stato frainteso), se
ne sta zitto e passa per saggio! «A ottant'anni,» disse poi Confucio, «seppi finalmente quale fosse il
mio posto, e me ne stetti fermo.»
Per concludere, vorrei sottolineare la lezione che offrono questi pensieri espiatori con le parole
conclusive della sublime visione che ebbe san Giovanni nel suo esilio sull'isola di Patmo:
E io vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati e il
mare non esiste più.
E io vidi la città santa, la Gerusalemme nuova, mentre discendeva dal cielo, da presso Dio, preparata
come una sposa che si è abbellita per il suo sposo. E udii una voce potente che parlava dal trono:
«Ecco la tenda di Dio tra gli uomini, egli porrà le sue tende con loro, essi saranno il suo popolo e
Dio stesso sarà con loro e asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e la morte non esisterà più, né lutto,
né grida, né sofferenza esisteranno più, perché le cose di prima sono scomparse».
(...) Poi l'angelo mi indicò un fiume di acqua di vita che risplendeva come cristallo e profluiva dal
trono di Dio e dall'agnello. In mezzo alla piazza della città e al fiume, di qua e di là, ci sono degli
alberi di vita che producono dodici frutti, dando ogni mese il suo frutto, e le foglie degli alberi sono
destinate a guarire le nazioni.

LE VOCI DEL SILENZIO!


Sabato 10 novembre 2007

Le voci del silenzio

Sabato 10 novembre a Varese si è svolta la giornata provinciale per la salute mentale. Una giornata ricca di eventi, che ha visto tutti i partecipanti uniti contro il pregiudizio.

La giornata è iniziata con un torneo di calcetto, dove a scendere in campo sono state ben 8 squadre tra migranti, giornalisti, operatori sanitari, ragazzi dei dipartimenti di salute mentale, preti e consiglieri comunali. Le partite si sono svolte in un clima amichevole e spontaneo, con l’obiettivo principale di dare un calcio al pregiudizio.

Lo spirito sportivo e la voglia di divertirsi ha, così, superato ogni barriera e confine, sottolineando ancora una volta l’importanza dello sport come canale preferenziale di aggregazione e integrazione.

Lasciati i campi da gioco, non poteva mancare un bel buffet per rifocillare i corpi e ritemprare le menti. A seguire ci siamo, poi, spostati tutti insieme all’università dell’ Insubria dove si è dato inizio alla seconda parte della giornata, caratterizzata dalle premiazioni di tutti i partecipanti al torneo di calcetto, dall’intervento di Enzo Iacchetti e la proiezione del suo corto “Pazza di te”, dalla premiazione dei ragazzi delle scuole che hanno partecipato al concorso letterario “la scuola contro il pregiudizio”. Il tutto è stato allietato da spettacoli teatrali e musicali, portati in scena dai ragazzi dei dipartimenti di salute mentale.

Davvero una bella giornata, nel senso pieno del termine.

Una giornata che ha visto tante persone scendere in campo (passateci la metafora calcistica) per superare i luoghi comuni e affermare con la propria presenza la voglia di divertirsi tutti insieme.

Una giornata fatta di volti, di sorrisi, di parole, di mani intrecciate, di abbracci, di voglia di parlare e di ascoltare.

Un bell’esempio che non vogliamo rimanga solo una piccola goccia nel mare dell’indifferenza che troppo spesso ci circonda, ma che vogliamo diventi un primo passo per continuare a condividere e costruire insieme nel nostro vivere quotidiano.

Insieme si può!

Uisp Comitato Provinciale Varese

www.uispvarese.it

mail: areasportpertutti.varese@uisp.it

JACK KEROUAC

ROMA - Cognome: Kerouac. Nome: Jean Louis, poi John Louis detto Jack. Nato il 12 marzo 1922 a Lowell, Massacusetts. Prima diagnosi: demenza precoce. Seconda diagnosi: comportamenti schizoidi ma nessuna forma di psicosi. Segue quadro clinico dettagliato e sintomi come mal di testa, allucinazioni uditive (anzi, vere e proprie sinfonie), idee suicide, ossessioni per grandiosi problemi filosofici, intensa attività onanistica, traumi sessuali passati con una donna con più del doppio dei suoi anni, abuso di alcol, fortissime ambizioni letterarie che lo fanno lavorare anche 16 ore al giorno su un racconto.

Nessuno penserebbe a lui come un santo nonostante le sue lunghe riflessioni sul dharma e sul buddhismo. Ma quello che la Marina statunitense pensava di Jack Kerouac va oltre la figura del poeta fondatore della Beat generation e profeta on the road. In un dettagliato rapporto medico che il sito The Smoking Gun ha avuto direttamente dal Military Personnel Records Center di Saint Louis, viene ricostruita la storia clinica dell'allora ventunenne Kerouac alle prese con il servizio militare. Lo voleva fare? Fingeva di star male? Era davvero disturbato?

Lo stesso autore di On the Road (il romanzo sarebbe apparso 14 anni dopo quell'esperienza in Marina) ha sempre confermato che i medici gli diagnosticarono (sbagliando, dice lui) la demenza. Ma quello che oggi viene fuori dalle 18 pagine di due diversi ospedali della Marina, contiene molto di più.

"Una donna lo ha sconvolto"
La prima scheda su Kerouac viene compilata dall'Ospedale navale di Newport, Rhode Island. Famiglia normale, nessuna occupazione, ma compare la prima nota sulle sue inclinazioni antimilitari. Il medico riporta le parole dello scrittore: "Semplicemente non posso stare qui, mi piace essere me stesso". Riguardo al sesso, il medico rileva che il paziente ha avuto un rapporto con una donna di 32 quando ne aveva 14 e "questo lo ha sconvolto in qualche modo". Fuma un pacchetto e mezzo di sigarette al giorno e gli piace bere.

"Ha in testa un'intera sinfonia"
"Non è depresso - continua il rapporto - collabora ma tende a esagerare, sente nella sua mente ogni nota di un'intera sinfonia, vede stampate pagine di parole, ha una soglia di attenzione bassa". La madre pensa, riportano i dottori, che lui sia eterosessuale, ma attratto superficialmente dalle ragazze. Conclusione: demenza precoce, si consiglia il trasferimento in altro ospedale.

"Si è masturbato fino all'anno scorso"
Ed ecco che Jack arriva all'Ospedale Navale di Bethesda, Maryland. E' il 20 giugno del '43, gli Stati Uniti sono in piena guerra, evitare il servizio militare è sempre più difficile. Infatti i medici rivoltano il futuro padre della Beat Generation come un calzino. Il rapporto è molto più lungo e dettagliato. Notano che non è mai riuscito a tenersi stretto un lavoro, inquadrano meglio le sua abitudini sessuali: "Si è masturbato fino all'anno scorso, gli piacciono poco le relazioni promiscue con le ragazze", ma, sottolinea il rapporto, "non ci sono apparentemente conflitti di natura sessuale".

"Cerca qualcosa che lo soddisfi"
Non solo: Kerouac nega di aver mai detto di avere allucinazioni uditive mentre insiste sulle sue ambizioni letterarie. Anche in quel periodo sta scrivendo "un racconto in stile Joyce" (The town and the city?) che però non vuole pubblicare. Riguardo alla sua insoffrenza per le regole, i medici rilevano che il giovane Jack lasciò il football (era una promessa) e il college per lo stesso motivo. Infine, la religione: "Il paziente, cresciuto cattolico, sta cercando "una filosofia che lo soddisfi maggiormente". Nuova diagnosi: personalità schizoide, ma non psicotica. Comunque si consiglia l'esonero dal servizio militare. Il paziente, in definitiva, non finge ma non è comunque una minaccia né per sé né per gli altri.

Fine della storia. Ma non degli interrogativi. Perché Kerouac non si arrese e si imbarcò sulla Marina Mercantile per l'Inghilterra. Scrisse anche un racconto in quel periodo, The sea is my brother. Era davvero solo l'insofferenza per le gerarchie militari che gli ha impedito di andare per mare con la Navy?

SCHIZOFRENIA

Allontaniamo per qualche minuto le nostre certezze e i nostri pregiudizi riguardo le malattie mentali e facciamo uno sforzo intellettivo per scorgere nuovi punti di vista. Una sorta di nuova filosofia, basata sulla natura sociale e interpersonale dell’esperienza umana e capace di traghettare le neuroscienze oltre il dualismo cartesiano materia-pensiero, verso una comprensione più ampia e articolata delle malattie psichiatriche. La chiamano teoria evolutiva dell’origine delle psicosi.

È nota da tempo, ma solo ora le nuove tecnologie hanno permesso di dimostrarne la fondatezza. Un team di ricercatori tedeschi, cinesi e inglesi ha dimostrato che l’evoluzione delle abilità cognitive è favorita dai cambiamenti del metabolismo cerebrale. Negli ultimi 5-7 milioni di anni, il cervello umano è andato incontro a continui rimodellamenti che ne hanno disegnato la struttura e definito le capacità. Tra queste le abilità cognitive sono capacità peculiari del genere umano, sono gli strumenti che ci permettono di pensare, comprendere, ricordare, risolvere problemi e creare associazioni mentali.

Nonostante decenni di ricerche, i cambiamenti molecolari promotori di questa evoluzione rimangono tuttora sconosciuti. Neppure l’analisi genetica condotta sull’uomo e sul suo parente più prossimo, lo scimpanzè, ha contribuito a svelare il meccanismo della conoscenza. Ora il mistero potrebbe diradarsi grazie alle malattie mentali, condizioni in cui le abilità cognitive si inceppano e questi strumenti preziosi per la socialità perdono l’accordo. Philipp Khaitovic, biologo evoluzionista che svolge le sue ricerche tra la Germania e la Cina, ha combinato i due approcci, evolutivo e medico, per addentrarsi nei meccanismi funzionali alla base della conoscenza.

I ricercatori hanno scoperto una completa sovrapposizione tra i processi biologici selezionati dall’evoluzione come caratteri positivi, cioè adatti alla sopravvivenza, e i meccanismi fisiologici compromessi nei pazienti affetti dalla schizofrenia. L’anello di congiunzione sono i geni associati al metabolismo energetico, che sarebbero coinvolti sia nell’evoluzione sia nel mantenimento delle abilità cognitive. Nel corso dell’evoluzione, le dimensioni del cervello umano sono aumentate notevolmente, sono cresciute le fibre neuronali, in lunghezza e in diametro, è aumentato il numero delle sinapsi. Questi cambiamenti hanno accresciuto la richiesta di energia necessaria per mantenere l’integrità cellulare e una continua sintesi di neurotrasmettitori.

Il breve tempo evolutivo - 2 milioni di anni - non è però stato sufficiente per armonizzare tutti questi mutamenti. È verosimile perciò che il cervello umano, in uno sforzo massimo, si sia lanciato in una corsa forsennata al limite delle sue capacità metaboliche, al punto da rendersi vulnerabile a qualsiasi perturbazione capace di causare disfunzioni cognitive. I bersagli maggiormente sensibili a questo scompiglio evolutivo sono i neuroni, le cellule nervose che consumano più energia e che inceppandosi provocano deficit funzionali e strutturali a carico dei circuiti cerebrali coinvolti.

Nei pazienti schizofrenici sono compromessi i circuiti fronto-temporali e fronto-parietali, formati da neuroni energeticamente molto costosi, connessi da lunghe fibre nervose rivestite da una guaina mielinica indispensabile per trasmettere l’impulso nervoso. Queste reti neurali formano il cosiddetto cervello sociale, che regola i nostri contatti con gli altri. La schizofrenia è la forma più grave di psicosi. Le persone che ne soffrono sono incapaci di gestire la vita di relazione e la sfera affettiva. Questa patologia compromette ogni aspetto della vita, provocando spesso l'emarginazione sociale delle persone malate e un profondo sconforto nei loro familiari.

Eduard Einstein, figlio del più famoso Albert, il figlio di James Watson, premio Nobel per la scoperta della doppia elica del DNA, Jack Kerouac, scrittore mito della beat generation e John Nash, geniale matematico e premio Nobel per l’economia, reso famoso dal libro A beautiful mind - a cui è seguita l’omonima versione cinematografica - sono alcuni dei personaggi ai quali fu diagnosticata la schizofrenia.

Molte persone affette da schizofrenia sono naturalmente creative e si dedicano all’arte per esprimere i loro pensieri più profondi e le loro emozioni, alcuni con risultati sorprendenti. La schizofrenia non è però genio e creatività. Lo studio di Khaitovich e colleghi necessita certamente di ulteriori approfondimenti, anche nell’ambito di altre patologie psichiatriche. Ha tuttavia il grande merito di mostrare un altro punto di vista nei confronti di una grave forma di psicosi. L’approccio evolutivo alla schizofrenia spiegherebbe la conservazione nel genoma di un tratto apparentemente svantaggioso: i geni coinvolti nella schizofrenia persistono perchè sono intimamente associati ai geni che regolano lo sviluppo delle connessioni cerebrali. La schizofrenia è quindi una sorta di compromesso o sacrificio, esiste come prodotto a caro prezzo per assicurare la conoscenza al moderno Homo Sapiens.

SYD BARRETT GENIO E PAZZIA!


Roger Keith "Syd" Barrett (Cambridge, 6 gennaio 1946Cambridge, 7 luglio 2006) è stato un musicista, cantante e artista inglese, fondatore e primo leader dei Pink Floyd dal 1965 al 1968. Dopo il '68, Barrett abbandonò il gruppo a causa di un esaurimento nervoso esacerbato dall'uso di droghe pesanti come l'LSD. Prima di ritirarsi a vita privata incise due LP da solista (The Madcap Laughs e Barrett), mentre a partire dagli anni ottanta è stato oggetto di numerose biografie. Nel 1975 i Pink Floyd (la band in cui precedentemente suonava) gli dedicarono l'album Wish You Were Here.

Indice

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Biografia [modifica]

Infanzia [modifica]

Roger Barrett nacque il 6 gennaio 1946, quarto di cinque figli. Suo padre Max era un anatomista,[1] ma nel tempo libero si dedicava alla pittura ed alla coltivazione di funghi.[1] Inoltre, Max suonava nella Cambridge Philharmonic Society, cosa che suscitò la passione per la musica al giovane Roger. Sino ai 14 anni, però, il ragazzo pose la musica in secondo piano, riservando il primato alla scrittura ed al disegno: si concentrò in particolare sui giochi di parole ed altri espedienti letterari del genere, come onomatopee ed assonanze.[1] Il suo eroe letterario di questo periodo era Edward Lear, che, come lui, amava la pittura.

Roger iniziò ad appassionarsi veramente alla musica dai 14 anni in su, mentre suo fratello maggiore Alan imparava a suonare il sax: a questo punto, visto l'exploit delle skiffle bands, Roger acquistò il suo primo strumento musicale, un ukulele.[1]

Prima di passare alla chitarra, Roger si interessò al banjo (nel periodo della Elvis-mania), ma l'unica corrente del rock and roll che lo interessava era quella di Bo Diddley, gli spettrali riff degli Shadows e di Buddy Holly.[1] A 14 anni, iniziò ad usare la sua prima chitarra acustica, insieme ad un suo amico, John Gordon. Iniziò a questo punto ad avvicinarsi sempre più al mondo della musica e divenne amico di un noto batterista chiamato Sid Barrett; i frequentatori del locale chiamavano entrambi "Sid", ma per differenziare Roger dal batterista, sostituirono la i con una y.[1]

Syd non fu l'unico soprannome che venne affibiato a Barrett. A scuola divenne noto come Syd il Beat, Syd-Knee e Sydernee. Rimase Roger, anzi Rog, per la sua fidanzata, Libby Gausden, con la quale intrattenne una lunga e seria relazione dal 1961 al 1964.[1]

La prima chitarra acustica di Syd Barrett

Adolescenza [modifica]

Ma le cose iniziarono a cambiare molto presto: dai 14 anni in su, ogni studente della nuova Cambridge, appena entrata negli anni sessanta, sperimentava le droghe du jour, speed e cannabis. A partire dal 1963, dagli Stati Uniti giunse un nuovo allucinogeno, l'LSD-25: questo nuovo prodotto si diffuse più rapidamente nella piccola Cambridge che in tutto il resto d'Europa.[1]

E la città natia di Barrett andava diventando sempre più piccola: metà della popolazione sognava di sfondare nell'emergente scena della Swinging London. Nel 1961, accaddero diverse cose che segnarono Barrett, in un modo o in un altro: iniziò la relazione con Libby, comprò la sua prima chitarra elettrica ed assistette alla morte del padre Max (la quale, però, non fu probabilmente un avvenimento così determinante, dal momento che sul suo diario, a questo proposito viene riportata solo la frase Poor Dad died today - Il povero papà è morto oggi)[1].

Presto casa Barrett divenne il quartier generale per la prima band di cui Roger fece parte: i Geoff Mott and the Mottoes. Roger Waters - amico di Barrett - stava iniziando a suonare il basso e - di tanto in tanto - prendeva parte alle prove. La band si dilettava in alcune cover R'n'B; dopo uno spettacolo, questo primo gruppo si sciolse.[1]

Waters andò a studiare al Regent Street Poly di Londra, insieme ad un altro amico di Barrett - Bob "Rado" Klose - mentre Syd iniziò un corso alla Camberwell School of Art.[1] Nelle vacanze, Roger e Syd pensarono di mettere su un nuovo gruppo, cosa che però non si verificherà prima del 1965. Intanto, Syd iniziò a comporre due delle sue prime canzoni: Golden Hair e Effervescing Elephant, la prima tratta dal Chamber Music di Joyce e la seconda da un testo di Lear.[1]

L'unica persona che in questo periodo riuscì ad accedere completamente alla mente di Syd era la fidanzata, Libby Gausden. Il giovane continuò a dipingere e comporre, sempre giocando sul non-sense e le assonanze. Già da adesso, però, Barrett iniziò ad assumere - sebbene in piccole dosi - droghe leggere come la marijuana,[1] come è riportato da svariate lettere inviate, da Londra, alla sua fidanzata. Dopo un po' di tempo, Barrett e la Gausden si lasciarono, sostanzialmente perché erano due personalità totalmente diverse: la Gausden era una ragazza di buona famiglia, mentre Barrett era un beat. Ciononostante, Syd la ricorderà nella trilogia dell'amore dell'album The Madcap Laughs.[1]

Giunto al college, l'irrequieta personalità di Barrett si fece notare immediatamente; Syd riallacciò i contatti con il chitarrista John Gordon e con l'amico d'infanzia David Gilmour, nel frattempo diventato un musicista di serie A.[1] Non a caso, Gilmour metterà su di lì a poco - insieme a Gordon ed altri ex-Mottoes - i Joker's Wild, band che eseguiva cover dei Four Seasons e dei Beach Boys.[1]

Carriera musicale [modifica]

All'Art School il tempo era sufficiente per dipingere e suonare, così Barrett iniziò a seguire il proprio sogno di formare una band insieme a Waters e Klose.[1] Ma i due avevano iniziato senza di lui, unendosi ad altri studenti, formando i Sigma 6 - conosciuti anche come gli Architectural, gli Abdabs, gli Screaming Abdabs, i Meggadeaths ed i T-Set - e suonando durante alcune feste al college.[1] Da quando Barrett si aggregò, il gruppo divenne noto come gli Spectrum Five. Questa prima formazione prevedeva Waters al basso, Klose alla chitarra e due colleghi di Waters alla tastiera e alla batteria (Nick Mason e Richard Wright). Barrett era la chitarra ritmica e sostituiva l'ormai sempre più assente Chris Dennis, il cantante. Juliet Gale, che diventerà la moglie di Wright, partecipava occasionalmente come corista.[1]

Appena entrato nel gruppo, Barrett comprò una Fender Esquire, adornata con dei piccoli specchi circolari.[1] In molti diranno comunque che, almeno in questa prima fase, Barrett si limitava a recitare un ruolo e non a viverlo.[1] Presto la band conobbe Mike Leonard, un tecnico delle luci che mise a disposizione dei quattro futuri Floyd la propria abitazione ad Highgate: mentre i ragazzi suonavano i loro brani, Leonard li accompagnava con i cosiddetti light shows, proiettati su una parete o sulla band stessa.[1]

Nella residenza di Highgate, tra una pausa e l'altra, Syd iniziò a comporre canzoni come Astronomy Domine: lo aiutarono i molteplici libri messi a disposizione da Leonard e la biblioteca di suoni incisi su nastro che il tecnico delle luci possedeva e che tornerà poi utile in svariate canzoni del primo album del gruppo, The Piper at the Gates of Dawn.[1]

Pink Floyd [modifica]

Ad aprile del 1965, Barrett inventò il nome della band: Pink Floyd, dal nome di due dei suoi bluesmen preferiti (Pink Anderson e Floyd Council).[1] Barrett disse tuttavia ai giornalisti che il nome gli era stato suggerito da creature extraterrestri.[1] Il passo successivo fu il "furgone Floyd", che serviva a trasportare l'attrezzatura da un concerto all'altro: Barrett vi dipinse sul parafango il nome Pink Floyd con vernice nera e rosa.[1]

All'estate del '65 risalgono i primi bootleg dei Floyd, due canzoni composte da Barrett e Klose: Lucy Leave e la cover di (I'm A) King Bee di Slim Harpo, che poi sarà ripresa qualche mese dopo dai Rolling Stones. Davanti allo stile che la band stava acquisendo sempre di più, alla delirante follia dell'ultima trovata di Syd, la canzone Bike, il primo chitarrista Bob Klose, purista del blues, decise di abbandonare il gruppo di Barrett e compagni.[1]

Pochi giorni dopo, Barrett tornò a Cambridge, dove iniziò una relazione seria con Lindsay Corner e partecipò al film amatoriale di Nigel Lesmoir-Gordon, intitolato Syd's First Trip; la trama della pellicola vede Barrett assumere svariate droghe.[1] A seguire, Barrett si recò a Saint-Tropez con diversi amici di Cambridge, tra cui il chitarrista David Gilmour. Tornati in Inghilterra, i due si separarono di nuovo: Gilmour andò in tour con i Joker's Wild, mentre Barrett tornò a Londra con la sua nuova fidanzata.[1]

Barrett continuò a scrivere canzoni, fortemente influenzato dai gruppi che ascoltava in quel periodo: i Mothers of Invention, i Byrds ed i sardonici Fugs.[1] Seguì un periodo sentimentale tumultuoso per l'artista: si lasciò più volte con Lindsay, stando temporaneamente con le sue concittadine Jenny Spires (la Jennifer Gentle di Lucifer Sam) e Kari-Ann Moller.[1]

I Floyd si esibivano prevalentemente in locali della cosiddetta "scena underground": nel '65 fecero solamente due concerti, mentre l'anno successivo riuscirono a farsi notare nel clima della Swinging London. Attraverso Lesmoir-Gordon, i Floyd conobbero il promoter Steve Stollman, che li schedulò per una serie di concerti al Marquee Club di Londra.[1] Già ad aprile del 1966, i più grandi fan di Barrett erano la futura rockstar David Bowie e il futuro manager dei Sex Pistols Malcolm McLaren.[1] A notare Barrett e - conseguentemente - i Floyd furono Peter Jenner ed Andrew King, due imprenditori di etichette musicali indipendenti che colsero subito il potenziale commerciale di Barrett e compagni.[1] Il 31 ottobre di quell'anno, Barrett e i Floyd firmarono un contratto con i manager, con il quale si impegnavano in una serie di concerti in cambio di nuova attrezzatura ed uno stipendio di 5 sterline a settimana.[1]

Gli spettacoli e i concerti, in tutta Londra, si andavano facendo sempre più frequenti e sempre più bizzarri: all'inaugurazione dell'International Times, ad esempio, oltre all'abbondante quantità di LSD, acidi e altri generi di droghe, il pubblico poté assistere alla presenza di un alquanto stravagante Paul McCartney vestito da sceicco arabo ed una non meno appariscente Marianne Faithfull travestita da suora.[1] Fu in questo periodo che la creatività di Barrett venne spinta al massimo; accanto alla ballata psichedelica Matilda Mother, egli compose il classico dell'acid pop See Emily Play.[1]

Durante i primissimi concerti della band, Barrett era in grado di ipnotizzare il pubblico, come ricorda Pete Brown: «Syd Barrett faceva un incredibile lavoro sul palco. Era estremamente poetico e potevi quasi dire che prendeva vita in quegli spettacoli di luce, "light shows": una creatura dell'immaginazione. I suoi movimenti parevano orchestrati per armonizzarsi con le luci e sembrava un'estensione naturale, l'elemento umano, di quelle immagini liquide».[2]

Il 1967 fu però il vero anno della svolta per Barrett e compagni: dopo una serie di fortunati successi in vari college in tutto il Regno Unito, la band divenne attrazione fissa per il locale più gettonato della nuova Londra, l'UFO Club.[1] Joe Boyd, amico di Peter Jenner, portò i Floyd in sala di registrazione a gennaio di quell'anno, per registrare il primo 45 giri per l'etichetta discografica EMI. Il lato A del singolo sarebbe stato Arnold Layne, un pezzo che Barrett aveva composto basandosi su un personaggio realmente esistito a Cambridge, mentre il lato B non era altro che una rivisitazione meno esplicita di Let's Roll Another One, intitolata Candy and a Currant Bun.[1]

Per promuovere il primo singolo, i Floyd si fecero aiutare da un loro amico regista e girarono un breve video in bianco e nero per Arnold Layne ed un altro a colori per una traccia di Barrett ancora non pubblicata ma già composta: The Scarecrow.[1] Ad aprile si verificò l'evento forse più prolifico per quell'anno: dopo una serie di concerti in Olanda, Barrett e i suoi Floyd si precipitarono alla periferia di Londra, dove si stava svolgendo il 14 Hour Technicolor Dream, un lungo concerto a cui la band iniziò a contribuire solo alle prime luci dell'alba. Già allora, tra i troppi concerti e la continua richiesta di nuovo materiale da parte della casa discografica, Barrett iniziava a essere profondamente stanco.[1]

Sue Kingsford, amica di Barrett, dichiara che in quel periodo Syd si recava spesso da uno spacciatore di LSD soprannominato capitano Bob;[1] Andrew Rawlinson, conoscente di Barrett, aggiunge che «in quel periodo era talmente tanta la gente che prendeva acido che - se avevi già assunto ingenti quantità di LSD in passato - era normale "fare un trip" anche solo guardando chi lo stava facendo».[1] Rawlinson aggiunge poi: «A quei tempi l'acido era cinque volte più potente di quello in circolazione oggi; prendendo 250 microgrammi potevi fare un "trip" lunghissimo; alcuni però credevano che potevi apparire normale e contemporaneamente fare brevi "trip" prendendone 50 al giorno: forse era questo ciò che faceva Syd».[1]

A queste dosi già piuttosto pesanti, Barrett aggiungeva cannabis e qualche sporadica pillola di Mandrax, un farmaco che induce effetti simili alla morfina se assunto in concomitanza ad alcol.[1] Nei cinque mesi a seguire, Barrett e compagni si chiusero in studio per lavorare al primo LP, The Piper at the Gates of Dawn, prodotto questa volta da Norman Smith.[1]

Smith era una persona più severa di Boyd e forse meno adatta a dirigere le sessioni con Barrett; infatti, il produttore ricorda in questo modo le prove con Syd: «Mi domando spesso come abbiamo fatto a terminare l'album, a creare qualcosa. Lavorare con Syd era veramente un inferno. Non penso di avere mai lasciato una singola sessione per quell'album senza una fortissima emicrania. Syd non sembrava aver entusiasmo per niente. Lui cantava una canzone, io lo chiamavo in studio e gli davo qualche dritta. Poi lui tornava in sala registrazione e continuava a cantare quella parte allo stesso modo di prima, infischiandosene dei consigli che gli davo. A volte, cambiava anche le parole - non aveva disciplina. Parlare a lui era come provare a parlare ad un muro di mattoni, perché il suo viso era senza espressione. I suoi testi erano semplici e infantili, come lui: proprio come un bambino, per un attimo era su, ed il secondo dopo giù».[1]

Lindsay Corner pensa invece che a Syd piacesse la parte del pazzo e che si divertisse a recitarla, apparendo sempre più strano di minuto in minuto.[1] Jenner, invece, ne parla ammirando lo stile che utilizzava nelle registrazioni: «Syd aumentava e diminuiva il volume di tutte le tracce, apparentemente senza alcuna regola. Non faceva nulla se non era fatto in maniera artistica. Voleva essere una sorta di Jackson Pollock della musica».[1] Ma il comportamento di Syd non era ancora giunto alle estreme conseguenze, e la band continuava a tollerare anche le sue sparate più stravaganti.

Crollo psicologico [modifica]

Il primo netto cambiamento in Syd lo rilevò Boyd. Quando i Floyd si presentarono all'UFO Club per promuovere le tracce del loro primo LP, Boyd notò che mentre gli altri membri del gruppo erano amichevoli, Barrett «mi guardava negli occhi [...] e nel suo sguardo non c'era un singolo battito di ciglia o un accenno di vitalità, come se non ci fosse nessuno a casa».[1] Quando David Gilmour lo incontrò, due mesi dopo l'uscita dell'album, Syd quasi non lo riconobbe.[1] Grazie al successo avuto con il secondo singolo (See Emily Play/The Scarecrow, uscito qualche mese prima dell'album) i Floyd entrarono ufficialmente nella Top of the Pops inglese: gli episodi che iniziarono a delineare la personalità folle e tremendamente irregolare di Barrett presero luogo di lì a poco. Quando venne invitato per la seconda settimana di seguito in studio, Syd si presentò in pigiama, mentre alla terza settimana - ricorda Waters - annunciò di non volere più partecipare alla trasmissione televisiva perché «non facendolo nemmeno Lennon, perché lui invece doveva?».[1]

Di lì a poco, Barrett iniziò a trasportare questo suo atteggiamento a metà tra l'anticonformismo ed il non sense anche nelle esibizioni dal vivo.[1] A volte, mentre il resto della band suonava un pezzo, Syd si andava a sedere vicino un amplificatore, scordava la chitarra sino a quando le corde non erano molli e stava per tutta la durata del concerto fermo a suonare ripetutamente una nota.[1] A volte non cantava nemmeno, lasciando che fossero Roger o Rick a occuparsi della voce.[1] A questo proposito, intervenne Juliet Wright: «A volte, pensavamo che stesse recitando la parte dell'anticonformista nella situazione "standard" di una band».[1]

Da questo momento in poi, Syd divenne gravemente malato, cosa che forse egli stesso era riuscito a capire. Il fratello maggiore Alan tentò più volte di convincerlo a farsi controllare da un buon medico, ma la risposta di Barrett - dice Andrew Rawlinson - era uno dei suoi enigmatici sorrisi assenti.[1] Cambiamenti del genere vennero notati anche dalla sorella minore di Syd, Roe: quando lei lo aveva chiamato per congratularsi del successo avuto con Arnold Layne, Barrett si era dimostrato quello di sempre; quando lo andò a trovare per complimentarsi del secondo successo, ottenuto con See Emily Play, Syd non era più sé stesso.[1]

I concerti andarono sempre peggio, tanto che la compagnia Blackhill cancellò tutta la scaletta dei Pink Floyd e prenotò una vacanza per Syd Barrett, Richard Wright, la moglie Juliette e Sam Hutt sull'isola di Formentera. Riviste del settore come Melody Maker diffusero la notizia che i Pink Floyd stavano per sciogliersi.[1] Intanto, l'album continuava ad avere un inaspettato successo di pubblico e critica: l'unica cosa che il pubblico contestava (tra i molteplici, ad esempio Pete Townshend) era che l'LP risultava essere - al confronto con le esibizioni dal vivo - solo un surrogato di fabbrica.[1]

Il risultato, però, fu che la EMI iniziò a pressare per nuovo materiale. Poco prima della vacanza, Barrett scrisse Scream Thy Last Scream (Old Woman With a Casket), un singolo che ben delineava il suo stato mentale. La EMI lo rifiutò e aspettò il ritorno di Barrett da Formentera per incidere qualcosa d'inedito.[1]

Tornato a Londra, Barrett passò parecchio del suo tempo a nascondersi dalla EMI nei De Lane Lea Studios a Kingsway, sfruttando quel tempo a comporre un nuovo singolo. Un tentativo fu il lunatico Vegetable Man, canzone che viene spesso citata come incontrovertibile prova della sua follia.[1] Se le stranezze dei singoli di Barrett rimanevano ancora tollerabili, ciò che il gruppo iniziò a non sopportare più era il comportamento del suo frontman, che andava diventando sempre più erratico.[1]

Per l'album successivo, A Saucerful of Secrets, comunque, Waters pensò che le tracce da inserire potevano essere alcuni pezzi scritti da lui e Wright. Barrett ideò a questo punto una nuova traccia, Jugband Blues, un brano che si contraddistingue per il lungo intervallo improvvisato dall'Esercito della Salvezza Britannico e per il suo testo a metà tra l'ironico ed il malinconico.[1] Per questo album, Syd suonò la slide guitar in Remember a Day e diede un minimo contributo per Let There Be More Light.[1] Ma il mercato continuava ad esigere un altro singolo.

Dovendo partire per un tour negli Stati Uniti, Barrett si affrettò e ciò che si venne a creare fu Apples and Oranges; la critica venne divisa da questo nuovo singolo, il pubblico lo ignorò, ma la band si sentì sollevata - sebbene temporaneamente - perché era riuscita a soddisfare le esigenze dell'etichetta discografica.[1]

La band partì alla volta della California, dove la scena musicale era più ricca e molto più esigente rispetto ai piccoli club underground inglesi. Questo viaggio fu determinante per il futuro della band: in seguito ai comportamenti sempre più erratici e compromettenti di Barrett (che non era riuscito a seguire il playback in una trasmissione, aveva dato di matto in un'altra e - secondo alcune voci - aveva anche abbandonato un concerto per scappare a bordo di una Cadillac verso un luogo indefinito),[1] Waters disse a King di volere risolvere il problema con Syd.[1]

Il giorno dopo, i Floyd erano in Olanda, dove Barrett non accennò nemmeno a suonare e si limitò a sfiorare con le dita le corde della sua chitarra. E il giorno dopo ancora, parteciparono ad una serie di concerti insieme a Jimi Hendrix, gli Amen Corner, i Move ed i Nice.[1] Dave O'List dei Nice suonò al posto suo in diverse occasioni per quei concerti; quando la rivista Melody Maker gli chiese il perché dello scarso successo di Apples and Oranges, Barrett rispose «Non me ne frega più di tanto».[1]

Lindsay Corner ricorda che Syd iniziò a chiudersi sempre di più e a diventare sempre più strano, di giorno in giorno. Fino al dicembre del '67, Barrett continuò a suonare sporadicamente con la sua band, ma arrivati a Natale di quell'anno, Waters chiese al chitarrista David Gilmour, vecchio amico di Barrett, di unirsi ai Floyd come chitarrista di supporto; in verità, Gilmour entrò a far parte della band come lead guitar, mentre a Syd vennero assegnati vocals e rhythm guitar.[1]

Inizialmente, a Barrett non importò molto: sapeva soltanto che Gilmour era un chitarrista molto bravo; anche Nick Mason lo sapeva, avendo già suonato con lui in uno spettacolo a Soho. Gilmour entrò ufficialmente nella band il 3 gennaio 1968.[1] La band si chiuse negli studi di registrazione per una settimana, prima di ritornare in tour. L'avvenimento più grave accadde proprio in quella settimana: Barrett si recò in sala prove e annunciò di avere composto una canzone intitolata Have You Got It, Yet?.[1] Secondo l'idea di Barrett, lui doveva cantare Have You Got It, Yet? e Waters doveva rispondere No!, suonando un ritmo molto semplice sia alla chitarra che al basso.[1] Ma Barrett iniziò a suonare la canzone con la chitarra scordata e andò cambiando tonalità sempre di più, sino a quando Waters non riuscì più a seguirlo. Decenni più tardi, Waters rivelerà ciò che aveva pensato qualche ora dopo aver assistito a quella canzone: secondo lui, Barrett stava chiedendo di non comprendere una canzone (ed una persona) che non doveva essere compresa.[1]

Abbandono dei Pink Floyd [modifica]

La settimana successiva, i Floyd ebbero quattro spettacoli, in cui Syd sembrò riprendersi, anche se di poco: tutto il lavoro sul palco veniva svolto dal nuovo promettente chitarrista. Per il quinto concerto, che si tenne il 26 gennaio,[1] il gruppo doveva recarsi a Richmond. Passando da Holland Park Avenue, vicino casa di Syd, uno dei componenti - nessuno ricorda chi - chiese: «Non dobbiamo passare a prendere Syd?». Qualcun altro rispose: «Ma chi se ne importa. Non preoccupiamocene».[1] David Gilmour e Roger Waters confermano questa versione degli eventi; fu così, dunque, che tutto finì e tutto iniziò.[3] Waters aggiunge poi: «Syd era la gallina che aveva scoperto l'uovo d'oro».[3][1] Ma ora Barrett era diventata una vera e propria minaccia per i tour dei Floyd.[1]

Syd aveva ancora la scaletta dei concerti, così, qualche settimana dopo si presentò all'Imperial College, per una loro esibizione dal vivo. Waters ricorda quanto fu orribile dovere cacciare il loro amico dal palco, dicendogli che quella sera non suonava con loro.[1] Al Middle Earth, Syd si sedette di fronte al palco, fissando Gilmour negli occhi durante tutto il concerto.[1] Secondo il "piano iniziale", Gilmour doveva supportare Barrett, non soppiantarlo. Barrett venne sicuramente ferito da questo comportamento.[1]

Altri ricordano una proposta che venne fatta a Barrett: diventare come il Brian Wilson dei Beach Boys, il genio e compositore del gruppo che non suonava più dal vivo per problemi simili.[1] Fortunatamente, Barrett aveva scritto un nuovo singolo da portare in tour. Un paio di settimane dopo i concerti, durante un incontro tra King, Jenner e Barrett, Waters rimase esterrefatto nello scoprire che Syd - lontano dall'accettare il suo "ruolo Wilson" - parlava di riunirsi alla band, «magari insieme ad un sassofonista e qualche corista».[1] Ma gli altri quattro membri del gruppo non supportarono l'idea di Barrett e la Blackhill Enterprises (la compagnia che si occupava dei tour in tutta la Gran Bretagna) si sciolse. Barrett uscì ufficialmente dalla band il 6 aprile 1968: i suoi manager continuavano ad essere Jenner e King, che - inaspettatamente - avevano più fiducia nella carriera musicale di Barrett che in quella del resto dei Floyd.[1]

Da questo momento in poi, Barrett toccò il fondo, per poi, lentamente risalire.[1]

Carriera solista [modifica]

Tra maggio e luglio del '68, Jenner portò Barrett in studio, per far registrare qualcosa di nuovo; il risultato furono delle versioni embrionali di canzoni che vedranno la luce sui suoi due LP da solista e due lunghe improvvisazioni chiamate Rhamadan e Lanky. Barrett non era più la persona adatta a suonare; a volte dimenticava la chitarra, in casi più gravi rompeva l'attrezzatura messa a disposizione dalla EMI, altre volte non riusciva neanche a tenere in mano il plettro.[1] Da agosto in poi, Jenner e King videro Barrett sempre di meno; e lo stesso fecero i suoi coinquilini.[1]

Secondo Aubrey 'Po' Powell, «Syd sapeva ancora essere molto lucido e divertente, ma anche alienato. Ti fissava, a volte anche per ore, senza aprire bocca. In quell'appartamento, avevamo tutti a che fare con gli eccessi di acido degli anni passati, e quando ci si sente così fragili - come tutti noi - non vuoi sapere molto di uno che è lì per grazia di Dio».[1] In molti cercarono di aiutarlo: Waters, per esempio, prenotò una visita dallo psichiatra R. D. Laing, che però disse di non avere mai visto Barrett nel suo studio.[1] È in questo periodo che si colloca molto probabilmente l'episodio riferito più tardi da Jonathan Meades, secondo cui Syd era stato chiuso nell'armadio: la realtà è forse ancora più cruda. Po riferisce di avere visto Syd prendere a colpi di martello un lavandino rosso, nel bagno del suo appartamento, urlando «Fatemi uscire! Fatemi uscire!».[1]

Barrett sfogava la sua frustrazione su Lindsay, picchiandola, facendola scottare con i mozziconi di sigaretta. Quando i suoi amici gli dicevano di smetterla, Syd si arrabbiava con loro, a volte anche in maniera brutale. Quando Syd ruppe una chitarra contro Lindsay, Po e Storm Thorgeson abbandonarono l'appartamento. Anche Lindsay abbandonò l'appartamento, di lì a poco, perché Barrett le aveva bruciato tutti i vestiti.[1]

«Per un po' di tempo, Liz visse nei sedili posteriori della Mini Cooper di June Child», ricorda Juliet Wright, «poi la convincemmo a trasferirsi a casa di Storm, ad Hampstead».[1] Ma Barrett venne a conoscenza del posto dove Liz si era rifugiata, e cominciò a spiarla, pedinarla, suonare il citofono; poi, forse per vendicarsi, iniziò una relazione con un'amica di Liz chiamata Gala Pinion.[1] Frequentò anche una ragazza eschimese chiamata Iggy, poi immortalata nella canzone di Barrett Dark Globe, nella frase («with Eskimo chain / I tattered my brain all the way»).[1][4]

Dall'autunno del '68, Syd era senza una casa fissa. Ritornava con una certa regolarità a Cambridge, dove anche Win, la madre, gli consigliava di consultare un medico. A Londra, Syd stava fuori fino a tarda notte con amici e conoscenti casuali; una volta, dovette addirittura scappare dalla polizia, dopo essere stato tutta la notte con dei drogati a Holland Park. Spesso, a piedi nudi, si recava a Battersea, un piccolo sobborgo appena fuori Londra, dove vivevano alcuni suoi vecchi amici: Anthony Stern, ex-collega alla Camberwell Art of School, Jenny Spires, ex-fidanzata, Rusty e Greta, due consumatori abituali di acido.[1]

Syd iniziò ad aggiungere anche eroina alla sua "dose quotidiana" di hashish e Mandrax, cosa che viene testimoniata da alcuni suoi amici dell'epoca: «Syd spariva, ogni 40 minuti, agitato come mai. Poi tornava ed era stranamente molto, molto calmo».[1]

All'inizio del 1969, Barrett affittò un appartamento ad Earls Court Square, insieme a Duggie Fields, un suo amico pittore. In questo momento, Syd - mentre in pubblico era fidanzato con Gala Pinion - frequentava Iggy l'eschimese. Inoltre, come riporta Fields, «Syd aveva a che fare con dozzine di groupie, che gli si gettavano letteralmente addosso».[1][3]

Entrambi si chiusero nelle loro rispettive camere: Fields per concentrarsi sui suoi dipinti, Barrett per proteggere i quadri che diceva di dipingere, ma in realtà non stava dipingendo.[1] «Syd» dice Fields «passava la maggior parte del tempo a letto, sul materasso che aveva collocato sul pavimento, aveva un potenziale infinito. Una decisione ne avrebbe limitato le sue possibilità».[1]

The Madcap Laughs [modifica]

Ma nella sua testa, Syd stava componendo le canzoni che sarebbero poi apparse sul suo primo LP da solista, The Madcap Laughs. A fine marzo, vari musicisti - tra cui i Soft Machine - accettarono di fare da session men per il nuovo album di Syd Barrett. Syd contattò il dirigente della nuova etichetta "alternativa" della EMI, la Harvest, Malcolm Jones e gli chiese se era possibile registrare del nuovo materiale agli studi di Abbey Road.[1] Jones si recò ad Earls Court per ascoltare i nastri delle sessioni con Jenner e le nuove tracce che Syd aveva composto: Clowns and Jugglers (poi rinominata semplicemente Octopus), Terrapin, Love You e due ripescaggi del passato, Golden Hair ed Here I Go.[1]

Nonostante lo stile di Barrett fosse profondamente mutato - in quanto le nuove tracce erano per lo più acustiche, con molto poco di psichedelico - Jones accettò la proposta di Barrett e iniziò le registrazioni il 10 aprile del '69.[1] Tre settimane dopo, Barrett aveva registrato abbastanza materiale per metter su un album. A causa dei repentini cambiamenti di tonalità e accordi, della sua riluttanza a ripetere una canzone più volte, a causa della sua follia, i suoi problemi con la droga e la sua impossibilità a comunicare in maniera limpida, queste sessioni ebbero una fama molto cattiva.[1] Ad esempio, una mattina, Barrett decise di dover inserire nella canzone Rhamadan il rombo di una motocicletta; a metà mattina, perse interesse nella cosa e lasciò tutti in asso, senza preoccuparsi neanche un po'. Gilmour, a proposito delle sessioni di Madcap, dice: «Dieci prove per una canzone non è certo il massimo, ma non è neanche una cosa così noiosa».[1]

La stravaganza di Barrett coinvolse anche queste sessioni. Robert Wyatt, session man per Barrett, chiese una volta a Syd in che accordo fosse la canzone che stavano registrando e Syd si limitò a rispondere «Divertente!»;[1] e quando Wyatt gli sottolineò il fatto che il tempo era stato cambiato da due battute e mezzo a cinque, Barrett rispose: «Oh, davvero? Forse potremmo fare la parte centrale più buia e quella finale più da pomeriggio, perché per ora è troppo ventosa e glaciale».[1] Per questo suo stile reminiscente un quadro mai completato, Wyatts definisce oggi il nuovo stile di Syd Barrett come una sorta di proto-punk.[1]

David Gilmour, che lavorò insieme a Roger Waters alle sessioni di Madcap, aggiunge poi che le sessioni con Barrett erano difficili, ma ispirate, e descrive poi un aneddoto riguardante la canzone Octopus: «Avevamo tutti il testo davanti, ma [Syd] inserì lì una frase dal nulla: "Little minute gong coughs and clears his throat". Non ha niente a che fare, musicalmente parlando, con la canzone, ma funziona perfettamente. L'unica altra persona che poteva spezzare il tempo - ignorando il numero di battute in favore dei testi - era John Lennon».[1]

La EMI era spazientita dall'atteggiamento di Barrett: aveva lavorato per tre settimane di fila, ma il risultato era un album caotico e completato solo in parte. Jones chiamò allora i due ex compagni di Barrett, Waters e Gilmour, per completare l'album nel più breve tempo possibile. Syd prese poi una vacanza all'isola di Formentera, dove, a parte qualche altro episodio di lunatismo tipicamente Barrettiano, egli apparve agli occhi di tutti in gran forma.

In autunno, Gilmour lavorò per due giorni di seguito - insieme a Barrett - all'album, terminandolo. Gilmour stesso gli diede il titolo, pescato casualmente nel delirante testo di Octopus ("The madcap laughs at the man on the border").[1] La copertina venne demandata a Storm e Po, che ora lavoravano regolarmente al reparto grafico dei Pink Floyd. Mick Rock fu incaricato di scattare una fotografia nella residenza di Syd, a Earls Court Square. Rock notò subito che Barrett aveva messo il materasso, il piatto per vinili, la chitarra e gli amplificatori tutti contro una parete, lasciando un grande vuoto al centro del pavimento ora dipinto a strisce arancio e blu. Iggy si aggirava nuda per casa. La foto per la copertina venne da sé. Gilmour aggiunge «Alcune parti del suo cervello erano ancora brillanti».[1]

Barrett [modifica]

I comportamenti di Syd si andavano facendo sempre più bizzarri, come ricorda il suo coinquilino Duggie Fields: vendette la propria Mini per una Pontiac, lasciandola con le sicure aperte ed una scritta Please Clean Me, fino a quando non venne data via.[1] Iniziò a rimanere più tempo da solo; una volta scatenò addirittura un incendio in cucina, mentre cucinava delle patatine fritte. Fields ricorda che comunque, per i tempi, Syd non era tanto strano. «Una volta andai a stare a casa di un'amica, ma lei era peggio di Syd, quindi tornai a casa».[1]

Nonostante il successo di Madcap, Syd era ancora particolarmente frustrato. Molto spesso andava dall'amico Duggie, nella stanza accanto, dicendogli «Guardati! Hai 23 anni e non sei ancora famoso!», aggiungendo poi - tra sé e sé - «E io lo sono già stato..» [1] Seguirono altre decine di eventi bizzarri; Barrett iniziò a non curarsi più del proprio aspetto, lasciando che i vestiti si usurassero, i suoi capelli e la sua barba crescessero a dismisura.[1] Dal 6 ottobre 1969, Syd iniziò a lavorare ufficialmente al suo secondo LP, recandosi in studio anche per registrare la chitarra solista sul brano di Kevin Ayers Religious Experience (Singing a Song in the Morning) (dall'album Joy of a Toy).[1]

Il 24 febbraio '70, Barrett registrò una sessione radiofonica per Top Gear, con il suo amico David Gilmour al basso e Jerry Shirley alla batteria. Gilmour ricorda che quel giorno Syd fu grandioso.[1] Gilmour fu talmente impressionato dalle capacità che Syd dimostrò quel giorno da decidere di produrre il suo secondo LP, al quale parteciperà in veste di tastierista Rick Wright.[1] Tra le out-take dell'album, Bob Dylan Blues (inclusa poi nell'antologia Wouldn't You Miss Me?) può essere considerato come un ritorno, anche se acustico, ai fasti di canzoni come Bike.[1][2]

Quell'estate, Barrett si esibì alla Olympia Extravaganza, confermando tutto ciò che la maggior parte di persone sospettava da tempo: il vecchio Syd non esisteva più.[1] Cosa che può essere provata anche da un altro bizzarro aneddoto raccontato dal vecchio amico Roger Waters: questi incontrò Syd ai grandi magazzini Harrods di Londra; non appena Barrett lo riconobbe, scappò via correndo, lasciando cadere per terra due buste piene di caramelle e dolciumi.[1] Di lì a poco, Syd decise di abbandonare l'appartamento di Earls Court. Si trasferì per un breve periodo di tempo a Cambridge, dove invitò anche Gala; tornato alla propria casa d'infanzia, si stabilì nel seminterrato dove si divertiva a provare con Mott, Waters e John Gordon. Fu qui, tra i ricordi d'infanzia, che trovò il dipinto con gli insetti che diventerà la copertina di Barrett, il suo secondo LP in studio.[1][2]

Di lì a poco, Syd iniziò a sostenere di voler diventare un medico, come il padre, e di voler fare coppia fissa con Gala; la madre di Syd organizzò una cena per fare incontrare i genitori dei ragazzi alla casa di Hills Road.[1] Durante questa riunione, Syd sfoggiò un'altra volta il suo comportamento erratico: nel bel mezzo di un discorso con Gala, le gettò addosso della salsa di pomodoro, senza che nessuno gli dicesse nulla. Mentre gli altri mangiavano dell'arrosto, Barrett si alzò da tavola e si chiuse in bagno; quando scese al piano di sotto, aveva tagliato i propri capelli di più di metà della loro lunghezza.[1]

Ma questo fu solo l'inizio: nei giorni a seguire, Barrett diventò sempre più ossessivo nei confronti di Gala, tanto da spiarla durante i suoi turni lavorativi e da accusarla di frequentare Jerry Shirley, batterista degli Humble Pie. A quel punto, Gala abbandonò Londra e si trasferì definitivamente a Ely; nei giorni a seguire, ricevette una lettera indirizzata alla signorina Pinion e firmata R. K. Barrett, a cui presto si aggiunse un'altra lettera in cui Barrett riprendeva l'idea del matrimonio e si firmava con un amichevole Syd.[1] I nervi di Gala erano già a pezzi, ma si distrussero completamente quando, mentre faceva da dogsitter per Shirley (questi era in concerto con gli Humble Pie), Syd si presentò in casa, iniziando a trattar male la ragazza. Gala lo cacciò di casa; si dice che da allora Barrett non abbia più avuto una fidanzata.[1]

La settimana successiva, Syd iniziò a dare interviste per pubblicizzare il suo secondo LP da solista, comportandosi sempre in maniera piuttosto bizzarra.[1] L'anno successivo (1971), Barrett non lavorò a nessun progetto musicale e diede la sua ultima intervista a Mick Rock, che lo fotografò per Rolling Stone.[1]

Wish You Were Here [modifica]

Nel 1975 i Pink Floyd dedicarono a Barrett l'album Wish You Were Here.

Durante il periodo di produzione di Wish You Were Here, per l'esattezza nella fase di presentazione dell'album ad amici e parenti, negli storici studi di Abbey Road, si presentò uno strano personaggio, completamente calvo, grasso, e con le sopracciglia rasate, con in mano una busta della spesa, che si aggirava tra i presenti completamente allibiti. Il primo a riconoscere Syd Barrett in quella figura ormai deturpata dagli abusi della gioventù fu proprio l'elemento che di Barrett aveva preso il posto, ossia David Gilmour. I compagni lo invitarono in regia ad ascoltare il prodotto della sua assenza. Dopo aver ascoltato i brani, Barrett disse, sorridendo: Mi sembra un po' datato, non pensate?, e uscì così come era venuto, lasciando Waters e compagni inebetiti e con le lacrime agli occhi; i Pink Floyd non lo rivedranno più.

Tempi recenti [modifica]

Di Syd Barrett da allora si persero apparentemente le tracce. In realtà, è noto il fatto che sia tornato a vivere nella sua vecchia casa a Cambridge, assieme alla madre. Il materiale per il suo terzo lavoro musicale mai uscito, insieme ad altro materiale scartato ed ad alcuni bootleg, è stato pubblicato nel 1988 col titolo Opel.

Negli ultimi anni, l'ex leader dei Pink Floyd si faceva chiamare semplicemente Roger e continuò a vivere a Cambridge, ormai solo, in seguito alla morte della madre, isolato da tutto quello che in qualche maniera poteva ricordargli il passato. Coltivava la sua passione per la pittura, dipingendo secondo uno stile prevalentemente astratto, e si dedicava al giardinaggio. I suoi vecchi compagni ormai non lo contattavano più. Era rimasto solo.

Nel 2005, durante il Live 8 che ha visto i Pink Floyd riunirsi eccezionalmente per quella particolare occasione, Roger Waters ha ricordato l'ex compagno di band Barrett, dedicandogli l'esecuzione di Wish You Were Here:

(EN)
« Anyway, we're doing this for everyone who's not here, particularly, of course for Syd. »
(IT)
« Comunque, stiamo facendo questo per tutti coloro che non sono qui, in particolare, naturalmente, per Syd. »

È morto a Cambridge il 7 luglio 2006 a 60 anni per un tumore al pancreas, anche se spesso è riportato che sia deceduto per complicanze dovute al diabete.

La notizia è stata resa pubblica il 10 luglio. Il giorno dopo, Roger Waters, durante il concerto tenutosi a Lucca, ha dedicato all'amico appena scomparso Wish you were here, facendo apparire immagini dei primi Pink Floyd sul maxi schermo posto dietro al palco.

Influenza [modifica]

Syd Barrett è una delle figure più carismatiche e controverse della storia del rock: oltre ad essere il fondatore dei Pink Floyd (uno dei gruppi più importanti di sempre), Syd ha ispirato molte delle band di rock psichedelico e ha affascinato anche molti altri artisti importanti. Ha avuto gran peso anche il suo approccio verso la musica, libero, non tecnico e legato all'improvvisazione. Per molto tempo, dopo essersi diviso dai Pink Floyd, si è speculato sul suo stato di salute mentale e si sono create varie dicerie sul fatto che la sua pazzia fosse effettivamente dovuta all'uso di quantità industriali di acido. I fan più affezionati, gli amici e i familiari hanno smentito tutto, ma Barrett è ormai considerato l'esempio più folgorante di "rockstar fantasma".

La malattia [modifica]

Molti si sono chiesti di quale malattia realmente soffrisse Syd Barrett. Sono state avanzate le ipotesi della schizofrenia, della psicosi maniaco-depressiva e della sindrome di Asperger senza che la sua patologia fosse mai chiarita del tutto.

L'uso di droghe psicotropiche da parte di Barrett, negli anni Sessanta, è ampiamente documentato. In parecchi ritengono che le droghe siano state il fattore scatenante della sua follia.
Ben documentate sono anche le sue "performance" sul palco e fuori da esso. Per June Bolan, i campanelli d'allarme iniziarono quando Syd tenne prigioniera in camera la sua ragazza per tre giorni, lasciando occasionalmente scivolare sotto la porta una porzione di biscotti. Secondo il critico Jonathan Meades, in un'occasione fu compiuto un atto di crudeltà verso Barrett, da parte dei groupies. Secondo il racconto, smentito da Storm Thorgerson, «Raggiunsi [l'appartamento di Barrett] per vedere Harry, e sentii questo gran fracasso, come tubi del riscaldamento che vibrano. Io dissi "Cosa sta succedendo?" Lui ridacchiò e mi rispose: "Questo è Syd che sta avendo un brutto trip. L'abbiamo messo nell'armadio"».[1][2] Sempre Storm Thorgerson racconta dell'umore estremamente incostante di Syd, dicendo che spesso doveva tirarlo via da Lynsey (la sua ragazza), perché smettesse di colpirla in testa con un mandolino.

David Gilmour, in un'intervista al National Post, diede una sua possibile diagnosi. Secondo lui Barrett era epilettico, ma soffriva solo di crisi parziali; le luci del palco e le droghe avrebbero provocato le crisi, scambiate per malattia mentale.

Album solisti [modifica]

Bibliografia [modifica]

  • Tim Willis, Madcap. The half-life of Syd Barrett, Pink Floyd's lost genius, Londra, Short Books, 2002. ISBN 1-904095-50-X
  • Mike Watkinson; Pete Anderson, Crazy Diamond. Il viaggio psichedelico di Syd Barrett, Londra, Arcana, 1991. ISBN 978-88-7966-433-2

Note [modifica]