mercoledì 23 settembre 2009
lunedì 21 settembre 2009
I "Matti per il calcio" sono ... varesini
Ottima prestazione della squadra varesina ASD Cittadini del Mondo ( dipartimenti della salute mentale) che si è imposta al torneo nazionale
mercoledì 16 settembre 2009
martedì 15 settembre 2009
La schizofrenia

Introduzione
La schizofrenia si può considerare il cuore della psichiatria, non nel senso della maggiore diffusione (i disturbi più frequenti sono quelli depressivo e ansioso),ma e’ il disturbo centrale dal punto di vista psicopatologico e concettuale.
Entriamo in un campo in cui non vi e’ similitudine con i nostri processi mentali abituali, come avviene invece nei disturbi depressivo e ansioso. Infatti il depresso rappresenta un’esagerazione patologica di un sentimento che tutti conosciamo (la tristezza), l’ansioso presenta un’esagerazione di una condizione psicologica che noi tutti proviamo (la paura, la reazione di allarme e difesa); nella schizofrenia invece i vissuti propongono un funzionamento mentale qualitativamente alterati.
Definizione (lucido 1)
Letteralmente significa “mente divisa” (dal greco: σχιζειν, dividere e φρην, diaframma ritenuto la sede della mente-).
Il termine e’ stato coniato da Bleuler (grande psichiatra di fine ‘800) e sta ad indicare che in questa patologia vi e’ un disturbo di fondo (la scissione dei processi mentali, cioè la mancanza da parte della mente umana della capacita’ di procedere in maniera lineare) da cui derivano tutti gli altri disturbi.
Si ritiene oggi che questo disturbo derivi da danni molto precoci nello sviluppo ,che si verificano durante la differenziazione delle cellule nervose della primitiva corda neurale (da cui deriva il sistema nervoso centrale) e che resta latente senza causare grossi problemi (o comunque problemi molto fini) per poi esplodere, in genere in età adolescenziale.
Psicopatologia (lucido 2)
1) Alterazione dell’identità dell’Io
La costruzione mentale tipica dell’uomo (e forse anche dei primati superiori) e’ costituita da due punti fondamentali: l’Io e il Sè:
• L’Io (il “cogito” cartesiano)
Caratterizza la nostra identità, che si mantiene nel tempo, nello spazio e in situazioni affettive diverse.
Ci permette di avere dei ricordi non slegati dal nostro concetto di identità, di pensare di essere un qualcosa (non sappiamo bene cosa) che è nato un certo giorno, che è andato avanti, che ha fatto delle esperienze, ecc.
E’ una funzione cerebrale legata particolarmente ai lobi frontali, ma non solo, tipica della specie umana.
• Il Sé
E’ l’immagine di noi stessi, su cui formuliamo dei giudizi, abbiamo dei vissuti
Questa dialettica Io/Sè costituisce il punto di riferimento costante di tutte le nostre
esperienze mentali.
La schizofrenia presenta:
I. Confusione o perdita di coesione del Sè nel tempo e nello spazio: è danneggiata la Dialettica Io/Sè e quindi l’esistenza stessa della persona umana in quanto essere autonomo, pensante e vivente. Il disturbo che ne deriva è maggiore di quelli dovuti ad alterazioni delle singole funzioni psichiche.
Si ha quindi un’alterazione di questo riferimento ultimo dell’Io e del Sé, da cui la
denominazione “mente divisa”.
II. Confusione o perdita dei confini tra mondo interno ed esterno.
Questo è molto grave: infatti se alla perdita dell’identità dell’Io nel corso del tempo e della coesività del Sè (cioè una frammentazione dei vissuti) si aggiunge un’incertezza dei confini tra cosa ci appartiene e cosa no, si ha un quadro clinico caratterizzato da allucinazioni e deliri.
Le allucinazioni sono percezioni senza oggetto.
I deliri tipici di questa patologia sono quelli di riferimento, persecuzione, furto del pensiero ( in cui il pz. si sente derubato dei suoi contenuti), inserzione del pensiero (in cui il pz. pensa che qualcun altro possa comandare, impostare e prevedere le sue operazioni mentali), da cui deriva una terribile angoscia, che è il sentimento più caratteristico sul piano emotivo dello schizofrenico.
Siamo quindi di fronte alla più grave e massiccia disgregazione della mente umana.
Tuttavia non bisogna pensare al pz. schizofrenico come ad un soggetto privo della capacità di ragionamento abituale o in una condizione demenziale (che in realtà può rappresentare un punto di arrivo in casi molto ristretti e oggi rari grazie alle terapie).
Il pz. inserisce (in modo cronico o a poussée) questa modalità di processi psichici in parallelo ad una modalità di processi psichici normali: i sintomi saranno presenti solo riguardo a certi contenuti.
In conclusione si ha una mente patologica che coesiste con un funzionamento integro: si può parlare a lungo con uno schizofrenico senza accorgersi della sua patologia.
2) Disturbo dei processi di pensiero
Alterazione di:
I. Costruzione di pensiero secondo le regole della sintassi
Si hanno alterazioni di equivalenza del predicato
Es: “Il cavallo corre, l’uomo corre “ “L’uomo è un cavallo”.
II. Adesione ai contenuti di pensiero di base condivisi dal proprio milieu culturale e sociale.
3) Incoerenza affettiva secondo i criteri del buon senso comune
Es: Pianto che accompagna un contesto neutro o allegro, dovuto al fatto che l’affettività non è più in coerente adesione con l’attività logica.
Sintomi (lucido 3)
Sono presenti diverse classificazioni delle sindromi schizofreniche, ma la più utilizzata oggigiorno anche ai fini della terapia è quella proposta da Jackson, che fa capo ad un sapere neurologico, e che si basa sulla distinzione tra sintomi positivi e sintomi negativi.
1) Sintomi positivi : eccesso e distorsione di una funzione
- Allucinazioni: percezioni senza oggetto.
- Deliri: pensieri patologici fuori dal giudizio di realtà che non recedono alla critica né all’esperienza.
Deliri e allucinazioni non sono del tutto caratteristici della schizofrenia, ma sono riscontrabili anche nei disturbi dell’umore gravi (depressioni, manie, euforie),nelle demenze, nella confusione mentale.”
Tuttavia nello schizofrenico soprattutto i deliri raggiungono dei caratteri tipici: sono costruzioni complesse e ingegnose, ricche di particolari.
In genere non si tratta quindi di deliri grossolani, ma raffinati e sottili, che presentano alcune tematiche peculiari:
- Deliri di persecuzione: il pz. si immerge nella convinzione di essere oggetto di studio da parte di organizzazioni, di società, dei familiari, dei curanti.
- Deliri scientifici
- Deliri somatici: per esempio il pz. può riferire che il suo corpo è fatto in modo speciale o che è pilotato de macchine.
N. B.1: ci sono delle situazioni che il pz interpreta in modo particolare.
Un esempio è rappresentato dalla televisione: il pz può pensare che lo speaker
del telegiornale nel dare le notizie in maniera molto sottile faccia riferimento al
pz stesso, lo avverta di certi pericoli, lo minacci, ecc.
N.B. 2: a proposito dei deliri distinguiamo tra:
- intuizione delirante: secondo gli psicopatologi classici parte primitivamente da “un’atmosfera delirante”. E’ la diretta conseguenza dei processi di disintegrazione dell’Io e del Sè
Es: “L’aula di medicina è in realtà sede di una riunione della CIA”.
- interpretazione delirante (delirio secondario ad elementi allucinatori): sono delle interpretazioni di percezione in cui il pz. vede delle cose e le riorganizza.
Es: “Il postino passa sempre alla stessa ora: sarà veramente un postino? Perché passa sempre alla stessa ora? Mi ha guardato? Perché mi ha guardato? Cosa voleva dirmi?”
- Disturbo del pensiero formale positivo: ormai raro grazie alle terapie.
- Comportamento bizzarro: il pz schizofrenico compie spesso delle azioni che per noi sono prive di senso, ma che per lui hanno un significato preciso.
Es:
▪ il pz gira per casa con aria sospettosa per controllare che non ci siano microspie;
▪ il pz non va più a lavorare perché si sente osservato e spiato;
▪ il pz non mangia più determinati cibi perché pensa che siano avvelenati.
Applicando queste sue interpretazioni deliranti a vari aspetti (giornali, televisione,
casa, cibi, lavoro) progressivamente il pz neutralizza le sue possibilità di vita.
2) Sintomi negativi :perdita o diminuzione di una funzione.
In genere fanno seguito ai sintomi positivi e portano il pz (sulla scorta delle sopracitate limitazioni e interpretazioni sbagliate) a rinunciare al suo mondo, passando intere giornate nella propria camera, facendosi portare il cibo, ascoltando tutto il giorno la stessa canzone o lo stesso ritornello, ecc.
Tra i principali sintomi negativi ricordiamo:
- Alogia.
- Appiattimento affettivo.
- Abulia.
- Anedonia.
- Deficit dell’attenzione.
Questi sintomi ricordano l’episodio depressivo: è infatti molto difficile all’atto pratico fare una diagnosi differenziale tra depressione grave in corso di schizofrenia e sintomi negativi primari. Prima dell’avvento dei nuovi antipsicotici questi sintomi si trattavano con l’abbinamento di farmaci antidepressivi e neurolettici per sbloccare tali aspetti che diventano poi più gravi.
Il dibattito sulla psicopatogenesi della schizofrenia è centrato su due diverse interpretazioni:
- secondo alcune scuole è il disturbo fondamentale di perdita delle associazioni che provoca tali sintomi;
- secondo altre viene negata l’esistenza della schizofrenia, non come quadro sintomatologico, ma come disturbo di fondo: la schizofrenia è il risultato di una serie concomitante di alterazioni di tutte le funzioni psichiche e di una grave compromissione del funzionamento mentale fino alla disgregazione dell’Io e del Sé (cammino opposto rispetto alla teoria precedente).
Non esiste perciò un cuore psicopatologico tipico della schizofrenia, ma una sommatoria di aspetti di disturbi depressivi, del pensiero, della percezione, di ansia.
Non vi sono neanche particolari punti a cui attaccarsi per sposare l’una o l’altra impostazione; d’altronde sul piano clinico ciò è abbastanza indifferente.
Il colloquio con il pz. schizofrenico è molto difficile, ambiguo, carico di ansie per il medico a differenza di quello con tutti gli altri pz. psichiatrici. Ciò è dovuto al fatto che il soggetto trasmette le sue pulsatilità e perplessità profondissime con un continuo ribaltamento delle situazioni. Per fare un paragone agevole lo si può considerare un’estremizzazione di un colloquio con un adolescente molto difficile.
E’ bene inoltre che nel colloquio il medico si mantenga neutro e rispettoso: non bisogna perciò né contraddire e polemizzare con il pz. né assecondarlo e “andargli incontro” (potrebbe pensare che lo si voglia truffare); bensì ammettere che gli eventi e le sensazioni riferite dal pz. siano possibili ma improbabili in quanto leggermente bizzarri.
I dati neurobiologici propendono per una partenza biologica più antica e strutturalmente importante rispetto alle altre patologie psichiatriche.
Epidemiologia (lucido 4)
In Italia si contano 600mila pz. schizofrenici (infatti la prevalenza lifetime è 0.5-1.5%).
Accanto ai problemi terapeutici ciò implica un risvolto assistenziale, sociale ed economico notevole. Comporta inoltre un peso per la famiglia del pz. (che è improduttivo), nonostante siano presenti degli aiuti sotto forma di strutture e comunità.
Non è una patologia “da studio privato” ma da strutture specialistiche, in quanto il pz. necessita di assistenza continua, riconoscimenti ufficiali, provvedimenti pensionistici, protocolli terapeutici molto precisi,…
Il ruolo del medico è quindi quello di fiancheggiare, consigliare e sostenere il pz. e la sua famiglia.
Età d’esordio: ♂ più precoce (15-25 aa);
♀ più tardiva (20-30 aa).
Ereditarietà (lucido 5)
L’ereditarietà condiziona la vulnerabilità: infatti affinché si sviluppi la malattia sono necessari sia l’ereditarietà sia un “vulnus”(=ferita) ad un certo punto della vita (ad esempio una condizione stressante). Ciò è avvalorato dal fatto che la concordanza fra i gemelli omozigoti non arriva mai al 100% ( in media 50%, in altri studi anche 60-70%).
Terapia
Accanto alla terapia farmacologica e a provvedimenti generici sociali, sono presenti programmi di psicoriabilitazione, volti a fare in modo che il pz. non sia improduttivo e portato a ricadere nei suoi contenuti deliranti: nelle comunità sono infatti organizzate attività artistiche, di disegno, di giardinaggio,…
Decorso (lucido 6)
- Episodico senza sintomi residui intercritici: negli intervalli liberi dalla malattia il pz. può rendersi conto della sua condizione e diventare collaborativo (situazione molto favorevole). Durante gli episodi invece non vi è coscienza (capacità di intendere e volere): può essere quindi necessario il trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.).
- Episodico con sintomi residui intercritici
- Continuo: in genere non florido, è presente un delirio di fondo e il pz. rimane strutturato su di esso. Vi sono momenti con un velo di critica.
- Episodio singolo con remissione parziale
- Episodio singolo con remissione totale
Se ne deduce quindi che la consapevolezza della malattia da parte del pz. dipende dalla fase in cui si trova.
Prognosi (lucido 7)
- Fattori prognostici favorevoli
- Buon funzionamento premorboso: in realtà questo è un dato superato, perché oggi si ritiene che l’impatto con la malattia sia abbastanza simile in tutti i pz. Distinguiamo però tra schizofrenia e psicosi d’innesto: quest’ultimo è un quadro psicotico che si inserisce su una insufficienza mentale che può per un breve periodo proteggere il pz. dalla sofferenza dovuta alla consapevolezza della sua malattia.
- Esordio acuto.
- Età d’esordio tardiva (schizofrenia paranoidea).
- Sesso femminile.
- Fattori prognostici sfavorevoli
- Sintomi disorganizzati.
- Esordio subdolo.
- Esordio precoce.
- Scarso supporto psicosociale: più della condizione economica è importante per il pz. la vicinanza a strutture organizzate.
- Familiarità.
sabato 12 settembre 2009
STUDI SUI DISTURBI MENTALI
EVOLUZIONE STORICA DEL CONCETTO DI MALATTIA MENTALE
In epoche antecedenti all’Illuminismo, le gravi anomalie della condotta di certi individui e l’incomprensibilità del loro comportamento furono intesi come espressione di una malattia o come effetto di una possessione demoniaca.
Dopo l’epoca illuministica, ai primi dell’800, col nascere della psichiatria, la follia fu ritenuta in modo inequivocabile malattia della mente e come tale curabile.
La malattia mentale non era altro che un difetto della volontà e dell’autocontrollo e doveva essere curata con quella che fu denominata terapia morale, ossia con sistema educativo e pedagogico. Il pazzo doveva essere rieducato al vivere sociale.
Con lo sviluppo delle scienze mediche la malattia mentale fu considerata come una qualsiasi altra malattia organica che colpiva il cervello anziché gli organi; il malato pertanto doveva essere ricoverato in appositi ospedali, i manicomi, affinché fosse curato e custodito.
La psicoanalisi rivoluzionò ancora il concetto della malattia mentale con l’affermare che esistono malattie della psiche dovute a cause soltanto psicologiche, e non necessariamente a cause organiche. Il pazzo non fu più considerato come un individuo radicalmente diverso dagli altri, ma un uomo sofferente che non aveva retto ai conflitti del vivere e che poteva essere aiutato con strumenti psicoterapeutici. L’avvento degli psicofarmaci, per prima la cloropromazina (1952) demolì per sempre il mito dell’incurabilità dei disturbi mentali. In Italia nel 1978 ci fu l’abolizione degli istituti psichiatrici, sostituiti da presidi psichiatrici o da reparti psichiatrici negli ospedali comuni, per degenze di breve durata.
RILEVANZA DEI DISTURBI MENTALI AI FINI DELLA RESPONSABILITA’
Premesso che il disturbo psichico non comporta una maggiore inclinazione a compiere delitti, ci si deve occupare del problema della responsabilità da attribuire al malato di mente che commette un reato.
La questione è stata affrontata dai codici moderni secondo 3 indirizzi:
il metodo puramente psicopatologico, che considera non punibili i malati che abbiano commesso un reato soltanto se affetti da quelle determinate malattie indicate nei codici quali, ad es, psicosi, ritardo mentale e demenza;
il metodo esclusivamente normativo, secondo il quale il soggetto non è responsabile se al momento del fatto era incapace di intendere e volere, prescindendo dall’esistenza di una malattia psichica;
il metodo psicopatologico normativo, che consiste nell’accertare prima la presenza di un’infermità psichica e di valutare poi l’incidenza sulla capacità di intendere e volere al momento del delitto consumato.
Quest’ultimo metodo è quello accettato dalla maggior parte dei paesi europei e dal codice penale italiano. Ai fini della valutazione della responsabilità, il nostro codice va oltre prevedendo le 2 ipotesi del vizio parziale e totale di mente a seconda che l’infermità escluda o limiti la capacità di intendere e di volere.
RELAZIONE TRA DISTURBI MENTALI E PERICOLOSITA’
Statisticamente i malati di mente non commettono più delitti di quanti ne commettano i sani e per quanto concerne la pericolosità, molti studi criminologici hanno accertato la scarsa correlazione tra malattia mentale e pericolosità.
In ogni caso la pericolosità va accertata caso per caso.
Per quanto concerne l’insufficiente prevenzione va detto che la psichiatria ha dei limiti sulle possibilità di previsione della futura condotta violenta di una persona normale, figuriamoci di un malato di mente. E non può che rispondere con prognosi riservata ossia gravata da molte incognite se richiesta di esprimere il giudizio sulla probabilità di commettere nuovi fatti previsti dalla legge come reati che è il concetto di pericolosità sociale previsto dal nostro codice penale l’art 203.
RELAZIONE TRA INTELLIGENZA E CRIMINALITA’
Il ritardo mentali si caratterizza per un insufficiente sviluppo dell’intelligenza rispetto alla media, che comporta inadeguatezza o incapacità nell’adattamento sociale.
Tale capacità dipende dall’entità del disturbo; vi sono forme lievi e forme gravissime per le quali l’autonomia è impossibile anche per le funzioni più elementari.
Le cause del ritardo mentale sono di natura biologica, insorgono fin dalla nascita e impediscono il maturarsi dell’individuo. Le alterazione celebrali sono provocate da malattie varie, da infezioni dell’encefalo, da anomalie cromosomiche.
Per quanto concerne il rapporto tra intelligenza e criminalità, nel caso di insufficienze gravissime, il rapporto è nullo perché questi malati non partecipano alla vita sociale e non hanno opportunità di commettere reati. Ad es. i portatori di handicap meno gravi spesso diventano strumenti della criminalità organizzata, sono vittime di sfruttamento, quali il vagabondaggio e la prostituzione. Se commettono reati questi sono di scarsa rilevanza: furti senza astuzia, atti osceni sui minori.
Dal ritardo mentale deve tenersi distinta la demenza, che deriva dal deterioramento progressivo che interviene dopo la maturità; si manifesta con perdite di memoria, di interessi. Sotto l’aspetto criminologico la demenza può dar luogo a comportamenti disturbanti, a condotte impulsive, a reati sessuali di minore gravità. Si tratta in ogni caso di una delittuosità poco rilevante.
LE PSICOSI
Con il termine psicosi si può definire qualsiasi malattia mentale che ponga l’individuo nell’incapacità di comprendere adeguatamente il significato della realtà in cui vive.
Molteplici sono le manifestazioni del fenomeno psicotico come delirio e allucinazione.
Il delirio è un disturbo dei giudizio che consiste nella formazione di idee e convincimenti in netto contrasto con la realtà.
Vi è delirio di persecuzione, quando lo psicotico è convinto contro ogni evidenza che altri stiano tramando contro di lui.
Nel delirio di influenzamento, il malato è convinto che in qualche modo altri influenzino il suo pensiero.
Nel delirio di riferimento, lo psicotico crede che gli altri si riferiscano a lui in modo malevolo, parlando sottovoce, alludendo.
L’allucinazione invece è la convinzione di vedere, udire o avere altre percezioni senza che in concreto esista ciò che si percepisce. Il malato ad es. può vedere animali o figure inesistenti.
Le allucinazioni oltre che visive e uditive, possono essere anche tattili, olfattive e gustative.
LA SCHIZOFRENIA
La schizofrenia è una malattia mentale grave, di solito a decorso cronico o recidivante, caratterizzata da una metamorfosi globale di tutta la personalità che modifica radicalmente l’opinione che l’individuo ha di se e del mondo.
Ai fini criminologici è importante distinguere 2 fasi della schizofrenia: 1) la fase attiva; 2) la fase residuale o cronica.
La fase attiva è caratterizzata da deliri e allucinazioni; in questa fase è probabile che si verifichino azioni violente su persone o cose.
Nella fase residuale il comportamento è più lineare anche se persistono episodi di ritiro sociale; in questa fase vengono commessi reati di poco conto, esibizionismo, ingiurie, disturbi della quiete pubblica.
LA PARANOIA
La paranoia è una sindrome delirante cronica caratterizzata da un delirio sorprendentemente coerente, schematizzato, rigido e immodificabile che però non si accompagna mai ad allucinazioni.
Le varietà cliniche di paranoia si distinguono a seconda dei diversi contenuti dei deliri:
il delirio di persecuzione; il delirio di querela; il delirio mistico-religioso e di riforma; delirio di gelosia e deliri di grandezza.
Sotto il profilo criminologico, il paranoico appare agli altri come persona normale anche perché spesso il delirio appare convincente per l’apparente aderenza alla realtà. Tuttavia i comportamenti del paranoico possono sfociare in reati di vario tipo: dalla querulomania (calunnia, diffamazione, ingiurie) all’omicidio o ferimento del suo presunto persecutore o coniuge ritenuto infedele.
LA DETENZIONE COME CAUSA DI DISTURBI MENTALI
Metodi di detenzione che impongono all’individuo l’isolamento dalla società, la lontananza dagli affetti che la carcerazione comporta, possono provocare lo sviluppo di una afflittività che la carcerazione comporta, possono provocare lo sviluppo di una sintomatologia psichica caratterizzata da ansia e deliri, quasi sempre di tipo persecutorio e talvolta associati a fenomeni allucinatori, come ad es. la sindrome di Ganser, frequente in detenuti in attesa di giudizio per aver commesso gravi reati
PERVERSIONI SESSUALI
Si definiscono perversioni sessuali o parafilie tutti quei comportamenti sessuali che differiscono in modo rilevante da quelli normali, naturalisticamente intesi.
L’anormalità di un comportamento sessuale si può valutare secondo tre aspetti particolari: quello medico, quello sociologico, quello giuridico.
L’aspetto medico-psichiatrico si riferisce alla morbosità delle varie perversioni e dalla loro descrizione; l’aspetto sociologico qualifica come devianti le condotte contrarie al costume di un certo contesto culturale; l’aspetto giuridico identifica le condotte che costituiscono reato e che prevede nel codice.
Dal punto di vista descrittivo si possono proporre due grandi categorie di perversioni sessuali.
Nella prima vi è fondamentalmente la scelta di un oggetto anormale per il rapporto sessuale (pedofilio, feticismo, necrofilia); nel secondo gruppo non è tanto l’oggetto di scelta che appare anomalo quanto la finalità e la modalità del rapporto stesso (voyeurismo, esibizionismo, sadismo, masochismo).
Da un punto di vista sociologico alcuni comportamenti sessuali vengono qualificati come devianti perché contrari alle norme del costume e della morale del tempo (omosessualità, pedofilia, incesto, poligamia, la maternità di una nubile).
Dal punto di visto giuridico, certi tipi di perversione hanno un interesse criminologico diretto perché implicano inevitabilmente la commissione di delitti, come nel reato di atti osceni, corruzione di minorenni nell’esibizionismo.
In caso di concomitante infermità mentale, la condotta sessuale anomala non è che un sintomo della malattia; ad es. la pedofilia del ritardato mentale è la conseguenza dell’incapacità a conquistare un partner adulto per cui la sua attenzione viene rivolta verso obiettivi più facili come i bambini.
giovedì 3 settembre 2009
Il fumo non nuoce gravemente alla salute... degli schizofrenici

giovedì, 23 ottobre 2008
No, non è una strategia di marketing che apparirà sui pacchetti di sigarette. Invece è ciò che emerge da recenti studi per chiarire la relazione benefica tra fumo di sigaretta e schizofrenia. Infatti Alessandro Guidotti e i suoi collaboratori dell'Università dell'Illinois a Chicago (http://www.uchicago.edu/) hanno recentemente pubblicato uno studio sui Proceedings of the National Academy of Sciences (http://www.pnas.org) in cui evidenziano la connessione tra nicotina e progressione della malattia.
La schizofrenia è una malattia cronica che colpisce l'1 per cento della popolazione mondiale e provoca allucinazioni, deliri e una serie di gravi disturbi cognitivi. Una delle ipotesi sull'insorgenza della malattia è una riduzione di un neurotrasmettitore molto importante nel cervello, il GABA (acido gamma amino butirrico). Studi passati hanno confermato che la mancanza dell'effetto inibitore di questo neurotrasmettitore provoca disfunzioni nella regolazione della trasmissione degli impulsi nervosi, determinando così stati allucinogeni e disturbi del pensiero. Altri studi hanno invece dimostrato la presenza di strutture sensibili alla nicotina proprio sul GABA stesso.
Alessandro Guidotti ha notato l'abuso di fumo di sigaretta da parte di pazienti schizofrenici (quasi 4 pacchetti al giorno) e ha voluto spiegare come questo sia in realtà un comportamento di automedicazione. Somministrando nei topolini della nicotina, i ricercatori si sono accorti che c'è un incremento della produzione del GABA di solito carente e di conseguenza una probabile riduzione dei sintomi della malattia. Le ricerche hanno anche dimostrato che, bloccando le strutture sensibili alla nicotina, quest'effetto inibitorio del neurotrasmettitore svanisce.
Tutti i dati raccolti spiegano quindi come il paziente possa trarre un effetto benefico dall'incessante consumo di sigarette e inoltre, come spiega la psichiatra Francine Benes, della Harvard University (http://www.harvard.edu/), lo studio approfondito del sistema del GABA può portare alla scoperta di nuovi trattamenti della malattia derivati proprio dalla nicotina.
(Lau.Ram.)
